Marina è una donna combattiva ma nessuno le potrà più dare indietro il suo Marco Vannini, morto nella casa della fidanzatina dove – secondo l’accusa – è stato lasciato morire. Se solo avessero chiesto subito un’ambulanza, Marco oggi sarebbe tra noi. Il dolore di mamma Marina, le sue urla, la sua disperazione, la sua voglia di giustizia è assolutamente comprensibile: chi era presente in quella casa è stato condannato a 3 anni di reclusione, in primo grado. Perché, a quanto pare, lasciar morire una persona, non intervenire, non salvarla, non è poi così grave. Mentre Antonio Ciontoli, quello che ha avuto la condanna più alta (14 anni di reclusione), avrebbe commesso una “fesseria”. Perché lasciar morire agonizzante un ragazzo è una “fesseria”.

Tantissimi i messaggi arrivati alla madre che ieri sera è stata ospite a “Chi l’ha visto?”: “Restituirò la tessera elettorale, da oggi non sono più cittadina italiana” ha tuonato. Perché quel verdetto Marina lo attendeva da tre anni: voleva giustizia per suo figlio, ucciso in maniera brutale. Una tragedia che le ha cambiato la vita: adesso è in cura psichiatrica.

“In nome del popolo italiano” ha detto la Corte. E, invece, buona parte del popolo italiano non si ritrova in questa condanna, in questa giustizia.