Non è un incubo. Non più. È la nostra realtà e dovremo farci i conti a lungo. Dovremo forse perfino evitare di stupirci. Non possiamo più permettercelo. Dovremo farci trovare sempre pronti. Sempre. Dovremo reagire, almeno dal canto nostro, nell’unico modo che ci rimane: vivere come sappiamo fare. Vivere senza dimenticarci come si fa. Perché l’attacco è troppo esteso, capillare, distribuito e al contempo casuale da poterci sentire al riparo anche se ieri sera non eravamo ad ammirare i fuochi d’artificio sul lungomare di Nizza prima che un camion da quattro tonnellate devastasse centinaia di persone. O se lo scorso novembre non eravamo a spasso per Parigi, magari in un locale, magari a sentire musica al Bataclan.

Francia e Belgio sono ovviamente contesti ipersensibili, perché nel fuoco delle seconde e terze generazioni gli avvelenatori trovano terreno fertile ai loro messaggi di separazione. Ma l’obiettivo era e rimane sempre lo stesso: noi. Basta tornare alle parole di uno di quei tagliagole, Abu Muhammed al-Adnani al-Shami, “portavoce” e capo dell’Isis in Siria: “Se non siete in grado di trovare un’arma da fuoco, allora prendete una pietra e con quella spaccate le teste degli infedeli, squartateli con un coltello, investiteli con la macchinausate i camion come falciatrici, buttateli giù da un dirupo, strangolateli o avvelenateli”. Lo stanno facendo, stanno seguendo alla lettera quelle istruzioni di sangue. Ecco perché dobbiamo farci vigili. Forse destinati a un futuro più vicino a quello dei cittadini israeliani che al nostro. Perdendo per strada un pezzo di quella pace con cui la tanto odiata Europa ci ha cullati.

Colpire la folla per uccidere ciascuno di noi. Un solo obiettivo per graffiare milioni di anime. La strada è quella. E non conta tanto la prossimità geografica, pure essenziale (pare ci siano anche vittime italiane nella strage di Promenade des Anglais), quanto la vicinanza di prassi, di stili di vita, di abitudini. È lì, in quel paradigma di vita civile, che i lupi solitari o i gruppi al servizio della morte stanno aprendo una breccia di anormalità con un messaggio per noi e al contempo per i musulmani: “Non mescolatevi a loro”. Non è dunque una sorpresa se proprio in questi ultimi anni l’Europa intera stia assistendo alla fioritura di neonazionalismi dai caratteri del tutto inattesi: la manomissione della nostra esistenza quotidiana (dunque dei nostri pensieri e delle nostre paure), e le centinaia di morti spietate, violente, orribili, hanno intossicato, forse senza ritorno, l’opinione pubblica.

Ci sarà tempo per domandarsi come un camion di quella stazza possa essere arrivato, in un giorno di massima allerta come il 14 luglio, in uno dei luoghi nevralgici della zona. O per interrogarsi di nuovo sugli apparati di sicurezza francesi, alle prese con una moltitudine di minacce. D’altronde è il solito discorso: non c’è arma più letale di chi è disposto a morire per uccidere. Abbiamo di fronte un nauseabondo movimento di coscienze che dovremo affrontare: il terrore che si fa carne. Ogni generazione fa i conti con il suo modello di dolore, con i caratteri con cui il male trova nuove forme e metodi per colpire. Il nostro si chiama Bataclan. Dovremo guardarlo in faccia.