L’organizzazione Ican, abbreviazione per la International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace 2017.

La decisione del comitato di Oslo ha dunque scelto di appoggiare l’operato dell’insieme di 468 enti sparsi in 101 Paesi del mondo, che si batte dal 2007 per l’implementazione del disarmo nucleare.

Una decisione molto attuale, quella del comitato per il Nobel, che va di pari passo con le crescenti tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti, ma anche con il recentissimo rischio di strappo tra Iran e USA in merito all’accordo sul nucleare.

Rispettate dunque le previsioni della vigilia, che volevano una scelta molto cauta per quello che viene visto come il premio più politico dei selezionatori dei Nobel, nonché una risposta alle recenti polemiche che hanno investito il premio per la Pace.

Aung San Suu Kyi, la leader del Myanmar, insignita del premio nel 1991, è stata infatti ferocemente criticata per il suo silenzio e le scuse tiepide e tardive in merito alla persecuzione del popolo rohingya nel suo Paese. A metterne in dubbio la statura morale alcuni tra i suoi “colleghi” di Nobel, tra cui il Dalai Lama, Desmond Tutu e Malala Yousafzai, l’attivista pakistana premiata nel 2014.

Ha fatto scalpore anche la morte in carcere di Liu Xiaobo, il dissidente cinese che aveva vinto il riconoscimento nel 2010, dopo una lunga battaglia per la libertà: la comunità internazionale si è infatti mossa con una prudenza e una cautela che è stata giudicata da molti eccessiva, con richieste timide e tardive.

Il premio di quest’anno è dunque sembrato un modo per “andare sul sicuro”, scegliendo un tema sul quale il consenso internazionale pare essere quasi unanime, o comunque destinatario di una larga maggioranza di pareri favorevoli.