Fra i tanti slogan infilati nel discorso con cui il 13 febbraio, durante la riunione della direzione nazionale del Partito democratico, ha liquidato Enrico Letta, Matteo Renzi ha detto anche: “E’ arrivato il momento di uscire dalla palude“. Per il momento in quella palude ci ha scaraventato il Governo. Una palude nella quale si dovrà galleggiare per alcuni giorni.

Innanzitutto si dovranno attendere le mosse di Giorgio Napolitano. Una volta ricevute le dimissioni di Letta, nella mattinata del 14 febbraio dopo una breve riunione del Consiglio dei ministri, il presidente della Repubblica avrà davanti a sè diverse opzioni. Se scegliesse la strada lunga, allora rinvierebbe il Governo alle camere. Direbbe cioè a Letta di presentarsi in Parlamento per ricevere formalmente un voto di sfiducia. Esiste a favore di questa ipotesi una ragione di correttezza istituzionale: infatti teoricamente è il Parlamento a permettere o terminare la vita di un Esecutivo, non la segreteria di un partito.

Oppure il capo dello Stato potrebbe decidere di fare le cose in fretta. Quindi, consultazioni immediate e incarico a Renzi sabato o domenica. C’è anche l’esigenza di concludere la crisi prima che riaprano lunedì i mercati finanziari. Poi sarà Renzi (foto by InfoPhoto) a dover convincere gli alleati ad appoggiarlo. E non basteranno gli slogan o i tweet come quello diffuso in serata: “Un Paese semplice e coraggioso #proviamoci“. Non è sufficiente un hashtag a guidare un Paese. Intanto è necessaria una maggioranza parlamentare. Perchè il Pd non può governare da solo, come invece troppo spesso sembra di credere.