Giorgio Napolitano si appresta a cominciare il secondo mandato da Presidente della Repubblica all’età di 87 anni, essendo nato il 29 giugno 1925, a Napoli.

Riepiloghiamo i punti salienti dei sette anni che hanno costituito il suo primo mandato al Quirinale.

La sua prima elezione è avvenuta il 10 maggio 2006. Cinque giorni dopo è entrato in carica, succedendo a Carlo Azeglio Ciampi. Durante il suo mandato Napolitano si è trovato a dover gestire quattro crisi di governo, nel mezzo della peggiore crisi finanziaria ed economica del dopoguerra.

Il 21 febbraio 2007 si dimise il governo guidato da Romano Prodi, battuto al Senato sulla politica estera. Il Capo dello Stato rinviò il governo alle camere, che gli diedero la fiducia. Ma il 24 gennaio 2008 la maggioranza che sosteneva Prodi svanì del tutto, e il presidente del Consiglio si dimise nuovamente. Napolitano conferì un mandato esplorativo a Franco Marini, ma non ne emerse nulla di utile, quindi sciolse le camere.

L’8 novembre 2011 Silvio Berlusconi e il suo governo informarono il Presidente della certa perdita imminente della maggioranza alla Camera, nel pieno di un massiccio attacco speculativo internazionale sui titoli di Stato italiani. Si concordò il tamponamento di un mese per approvare la legge di bilancio, chiamata legge di stabilità. Il 12 novembre, il giorno successivo a tale approvazione, il governo Berlusconi si dimise.

La soluzione trovata da Napolitano (foto by InfoPhoto), in un momento drammatico per l’economia italiana, prevedeva una coalizione tra le maggiori forze politiche per rispondere all’emergenza, intorno ad un governo definito “tecnico” e guidato da Mario Monti, appena nominato senatore a vita. Questo governo venne sostenuto da Pd, Pdl e Udc. La Lega Nord, che faceva parte della precedente maggioranza, e l’Italia dei Valori furono all’opposizione.

La cronaca è recente. L’idea che guidava la ragione stessa di esistenza di questo governo anomalo era quella di procedere ad un aggiustamento dei conti pubblici per arginare l’enorme debito, e contemporaneamente varare le urgenti riforme di cui il Paese aveva bisogno.

Sappiamo com’è andata. Una politica fiscale troppo rigida ha indotto il Pdl a togliere il sostegno al governo, quindi Monti si è dimesso il 21 dicembre 2012 e ha deciso anche di partecipare alle elezioni, facendo da leader di Scelta civica, che univa Udc e gli esponenti guidati da Gianfranco Fini.

Nel suo ultimo (quando si pensava che lo sarebbe stato) discorso di fine anno, il 31 dicembre 2012, Napolitano ha amaramente rimproverato i partiti per non aver saputo o voluto fare le riforme che, quattro mesi dopo, appaiono ancora più urgenti.

Dopo le elezioni del 25 e 26 febbraio 2013, che avevano espresso un Senato senza maggioranza, il Presidente aveva nuovamente invitato ad un’intesa, ma il muro contro muro è proseguito, fino ad arrivare all’impossibilità di trovare un nuovo Capo di Stato. E quindi Pd, Pdl, Scelta civica e Lega Nord hanno praticamente supplicato Napolitano di cambiare idea e accettare una rielezione, che precedentemente aveva più volte escluso.