È un quadro preoccupante quello che dipende l’ultimo rapporto Ocse in merito all’istruzione, relativo all’anno 2017.

A impensierire è innanzitutto il destino delle nuove generazione. I Neet, ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non hanno un lavoro, non lo cercano e non sono impegnati in un percorso di formazione, sono addirittura il 26% contro una media Ocse del 14%.

Le percentuali più alte si trovano in Campania, Calabria e Sicilia, dove il rapporto diventa di uno a tre, con punte anche del 38% nelle ultime due regioni: solo la Turchia fa peggio dell’Italia.

Ma l’Italia fallisce completamente anche per quanto riguarda l’attenzione all’istruzione. Nel 2014 la spesa pubblica al riguardo è stata la più bassa dei Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: in quell’anno solo il 7,1% della spesa delle amministrazioni pubbliche è stato destinato alla sfera scolastica, compresa tra elementari e università.

Un calo del 9,1% rispetto al 2010, che in base al report sarebbe “indice di un cambiamento nelle priorità delle autorità pubbliche piuttosto che di una contrazione generale di tutte le spese governative”.

Si registra anche un disequilibrio tra i laureati nelle materie umanistiche, troppi, e in quelle economiche, troppo pochi, che influirebbe pesantemente sull’occupazione.

Le donne, inoltre, si laureano ancora troppo spesso in discipline che non garantiscono alti tassi di occupazione. Particolarmente importante il divario di genere, il maggiore rilevato dall’Ocse, nel campo del settore educativo, dove le laurea femminili risultano essere al 95% per il primo livello e il 91& per il secondo.

E tutto ciò nonostante le materie scientifiche facciano segnare un tasso di laureati del 24%, di poco inferiore alla media Ocse. Molto importanti i settori legati a tecnologie dell’informazione e della comunicazione e ingegneria, produzione industriale ed edile.