La Procura di Catania non ha dubbi: ad uccidere la 72enne Mariella Cimò è stato il marito Salvatore Di Grazia. Alla base del tragico gesto la gestione di un autolavaggio di famiglia dove l’uomo avrebbe intrattenuto rapporti extraconiugali con altre donne. I fatti risalgono al 25 agosto 2011 quando la Cimò sparisce nel nulla a San Gregorio, alle porte di Catania; il marito, intanto, non ne denuncia subito la scomparsa e attende 10 giorni prima di recarsi dai carabinieri per segnalare l’allontanamento volontario della moglie. Da quel momento di Mariella Cimò non si hanno più notizie. Troppi, però, sarebbero gli indizi che porterebbero ad accusare dell’omicidio e della soppressione di cadavere il marito Salvatore Di Grazia.

Omicidio Cimò: “Il marito ha mentito”

Il pm Angelo Busacca, dinanzi alla Corte d’Assise di Catania, ha chiesto l’ergastolo con isolamento diurno (per tre mesi) poiché il marito della donna “non merita alcuna attenuante” dal momento che “ha mentito e depistato” le indagini tenendo persino un “pessimo comportamento processuale”. Dunque, un processo indiziario senza corpo: il cadavere della donna non è mai stato ritrovato e il marito ha sempre sostenuto che si tratta di un allontanamento volontario e non di un omicidio. Oggi, in aula, Salvatore Di Grazia ha reso spontanee dichiarazioni ribadendo con forza la sua innocenza.

Omicidio Cimò, marito ribadisce la sua innocenza

“Io sono rimasto solo perché aspetto mia moglie: spero di morire il giorno dopo il suo ritorno [...] queste cassandre si stanno sbagliando, sono prevenute e stanno costruendo una verità che non è la mia” ha concluso il marito di Mariella Cimò. In aula presenti il nipote della donna, Massimo Cicero, e l’associazione Penelope Sicilia rappresentata dall’avvocato Elena Cassella.

La prossima udienza è prevista per il 21 ottobre con l’intervento delle parti civili.