Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di carcere per l’omicidio di Garlasco, quando nel 2007 perse la vita quella che era la sua fidanzata del tempo, Chiara Poggi. Alla lettura del dispositivo della Corte d’Assise d’Appello di Milano, che ha di fatto riaperto un processo che sembrava invece già chiuso, c’è stata grande commozione da parte dei genitori della stessa Chiara: “Siamo soddisfatti, non abbiamo mai mollato – le parole di mamma Rita – dirò a mia figlia: “ce l’hai fatta!””.
Giuseppe Poggi, il papà di Chiara, ha proseguito: “E’ diventata una figlia anche per i nostri legali, che ringrazio. Non dico di più altrimenti mi commuovo”.
La soddisfazione si legge anche sulle labbra di Gian Luigi Tizzoni, l’avvocato che ha seguito la famiglia Poggi: “Ci aspettavamo la verità per Chiara e oggi abbiamo avuto una risposta”.

Alberto Stasi è sconvolto

Alberto Stasi, invece, è sconvolto. Non condivide per nulla la sentenza, che oltretutto è arrivata dopo due assoluzioni in aula e un annullamento in Corte di Cassazione. Per l’avvocato Fabio Giarda “è una sentenza che non ha senso ispirata al principio “poca prova, poca pena””. Stasi, alla lettura del dispositivo della Corte d’Assise d’Appello, non ha fatto trasparire la minima emozione: è uscito dall’aula in silenzio scortato dai suoi avvocati.
In precedenza, le parole di Stasi (foto by InfoPhoto) erano state molto dure: “Non cercate a tutti i costi un colpevole condannando un innocente. In questi sette anni ci si è dimenticati che la morte di Chiara è stata un dramma anche per me. Era la mia fidanzata. Sono anni che sono sottoposto a questa pressione. È accaduto a me e non ad altri. Perché? Mi appello alle vostre coscienze: spero che mi assolviate”.

Un processo molto lungo

La storia dell’omicidio di Garlasco, oltre al dramma familiare, è salita alla ribalta delle cronache anche per il lungo e tortuoso iter processuale: cinque anni fa, il 17 dicembre 2009, ci fu il verdetto di primo grado che aveva assolto Alberto Stasi; ora, ad un lustro di distanza, le carte in tavola sono totalmente diverse. L’accusa aveva chiesto 30 anni di carcere, mentre la difesa giocava sul fatto che le prove per giudicarlo responsabile non ce n’erano.
Di mezzo, una serie di oggetti nuovi e ritrovamenti vari che hanno portato alla sentenza di colpevolezza per Stati: prima il sequestro della bici nera da donna, poi gli accertamenti genetici sul bulbo di un capello trovato nel palmo della mano sinistra di Chiara e sulle unghie; la ripetizione dell’esame della camminata di Alberto e così via. Si è ripartiti da zero per cercare una traccia di colpevolezza. Secondo il Giudice il lavoro fatto è stato sufficiente per condannare Alberto Stasi, che aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato: motivo per il quale la pena è stata ridotta di un terzo, passando da 24 a 16 anni di reclusione.

Il ricordo di Chiara Poggi

Era il 13 agosto del 2007 quando Chiara Poggi, secondo la ricostruzione fatta in aula, veniva prima colpita a pochi passi dalla porta d’ingresso e poi trascinata e gettata lungo le scale che portano alla cantina. Sul pavimento della villetta le tracce delle mani insanguinate della vittima; l’arma con cui è stata colpita Chiara rimane ancora un mistero, come un mistero resta anche la motivazione dalla quale sarebbe scattata tutta questa ferocia che porterà, al termine del massacro, addirittura ad avere il cranio sfondato. Chiara, una vita tranquilla, con pochi amici e una storia d’amore che sembrava non avere problemi.