La sentenza è stata letta dal giudice Roberto Amerio al tribunale di Asti alle ore 17.54. Michele Buoninconti è stato condannato a trent’anni per l’omicidio e l’occultamento di cadavere della moglie, Elena Ceste - un uomo che secondo l’accusa avrebbe i segni di un “disturbo di personalità di tipo ossessivo” e dallo “smisurato egocentrismo“. La donna era scomparsa la mattina del 24 gennaio 2014 ed il suo cadavere era stato ritrovato il 18 ottobre nel canale del rio Mersa, poco distante dalla casa di famiglia, in frazione San Pancrazio di Costigliole d’Asti. Il giudice Roberto Amerio ha accolto le tesi dell’accusa, che aveva chiesto per l’omicidio Elena Ceste il massimo della pena – si tratta di un processo col rito abbreviato che era iniziato il primo luglio alla Corte d’Assise di Asti. L’ex-vigile del fuoco ha già lasciato Asti per tornare in carcere a Verbania.

Il giudice ha provveduto anche ad assegnare un risarcimento di 300.000 euro per ciascuno dei quattro figli – la più piccola ha 6 anni, la più grande 14 -, di 180.000 euro per i genitori e la sorella, e di 50.000 euro per il cognato. Giuseppe Marazzita, il legale del condannato in primo grado ha così commentato la vicenda: “Buoninconti rivendica la sua innocenza e continuerà la sua battaglia“. “Sapevamo fosse un processo complesso per il condizionamento mediatico – aggiunge -. Michele sperava in un risultato positivo, noi lo abbiamo tranquillizzato sul suo eccessivo ottimismo. Tra novanta giorni leggeremo le motivazioni della sentenza e valuteremo come impostare il ricorso. Andremo in Appello e, se necessario, in Cassazione“. I genitori di Elena Ceste hanno pianto alla lettura della sentenza.

Il marito di Elena Ceste si è sempre detto innocente: “Elena è morta per una tragica fatalità, sono vittima di un errore giudiziario. Sono innocente“. E ancora “Signor Giudice, io mi trovo davanti a lei senza un motivo vero, non c’è alcuna certezza che mia moglie sia stata uccisa e la procura non può provarlo, né ora, né mai, semplicemente perché non è accaduto“. “Ci vogliono le prove per condannare un uomo – ha aggiunto leggendo un testo di cinque pagine – e la procura non le ha perché non esistono, non si può trasformare a piacimento un innocente in un colpevole, tra l’altro, di un omicidio che non c’è stato”.