“Non è stato mio marito a uccidere Yara“. Marita Comi, 40 anni a fine agosto, parla con Gente del marito Massimo Giuseppe Bossetti, in carcere con l’accusa di aver ucciso la 13enne di Brembate.  “Da quando è rinchiuso, l’ho incontrato sei volte. Ci guardiamo, lui piange spesso, dice che gli manca tutto e si chiede perché”. 

Marita crede alla buona fede del suo uomo. E racconta il giorno dell’arresto: “Mi sono entrati in casa all’improvviso, erano almeno 20 carabinieri, erano sulle scale, in cucina, ovunque. Non capivo, loro parlavano, io pensavo solo a mandare via i bambini. In casa, la parola assassino non l’abbiamo ai pronunciata. Così come quell’altra parola: carcere. Se i ragazzi chiedono dove sta il loro papà, rispondo che sta con i carabinieri. Perché è coinvolto nella storia di Yara, basta”.

Marita ce l’ha con tutti i media che hanno ricostruito la personalità del marito in un certo modo: “Sono state scritte illazioni e bugie, lui è un bonaccione. Hanno detto che quel pizzetto biondo gli dà una faccia da vizioso. Ma quale vizioso! Lui è biondo così. Ha la faccia di uno che lavora duro, si fa i fatti suoi, ha una faccia da buon padre. Anche la storia delle lampade: ne avrà fatta qualcuna, che male c’è?”.

Sul 26 novembre 2010, la donna dice: “Se Yara fosse stata uccisa al mattino o al pomeriggio, forse non potrei giurare sull’innocenza di mio marito. Ma quella bambina è morta dopo le 19, forse dopo le 22. Massimo non poteva essere là fuori a uccidere perché era a casa. Mi dicono: come fai a esserne certa? Perché ogni giorno per noi è identico all’altro, da sempre. Ecco perché posso sostenere che non è lui l’assassino, io gli credo. La banalità felice della nostra esistenza è il nostro alibi, la mia sicurezza”.