Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo fermato per l’omicidio di Yara Gambirasio, continua ad avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ai Pm. Il sospettato aveva aveva fatto la stessa scelta lunedì scorso dopo il fermo. L’esame della comparazione tra il Dna di Giovanni Bossetti e quello del figlio legittimo Massimo Giuseppe Bossetti avrebbe evidenziato che non ci sarebbe  compatibilità tra i due profili genetici e che quindi l’uomo accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio non sarebbe il figlio naturale del primo avvalorando così le ipotesi degli inquirenti. Le forze dell’ordine restano al lavoro per ricostruire le frequentazioni dell’uomo fermato, attorno alla villetta dove la giovane viveva con la famiglia.

Intanto è prevista per oggi, giovedì 19 giugno, l’udienza di convalida del fermo di Bossetti davanti al gip Ezia Maccora la quale avrebbe chiesto ulteriori accertamenti alla Procura. Fra questi un prelievo del Dna del padre legittimo di Bossetti per fugare ogni dubbio sul fatto che il padre non sia Giuseppe Guerinoni, l’autista di autobus deceduto nel 1999, che secondo i test del Dna, sarebbe appunto il padre di Bossetti. Il pubblico ministero Letizia Ruggeri interrogherà di nuovo l’indagato in mattinata e porterà un nuovo elemento: il verbale della moglie che si è rifiutata di fornirgli un alibi per la sera della scomparsa di Yara. “Quando in famiglia si parlava del caso di Gambirasio, racconta, Bossetti era sempre tranquillo. Non ha mai mostrato nulla di strano. Posso dire che in questi ultimi anni non ha mai mostrato sbalzi di umore o particolari nervosismi”.

Restano da sciogliere alcuni nodi: il fatto che Yara potesse conoscere il suo presunto carnefice, il tipo di tracce organiche da cui è stato ricavato il dna dell’uomo (esclusi sperma, saliva e sudore, si deduce possa essere sangue) e l’assenza totale di Bossetti dagli archivi delle forze dell’ordine (mai una segnalazione). A questa si aggiunge la questione del telefono: il cellulare di Bossetti si aggancia un’ora prima della scomparsa di Yara a una cella che copre la zona dove la ragazza è stata rapita ma anche la casa di Bossetti. E il suo telefono, fino al giorno dopo, non si è mai agganciato a una cella diversa nemmeno a quella di Chignolo d’Isola, zona dell’abbandono del corpo di Yara.

Dopo il silenzio durante l’interrogatorio, il muratore di 44 anni di Clusone si sarebbe poi sfogato in carcere “Gleno” di Bergamo. “Non sono un assassino – avrebbe detto nel penitenziario in presenza di alcune guardie e personale medico, riporta Repubblica – Sono padre di tre bambini, uno di 13 anni proprio come Yara. Non potrei mai commettere un’atrocità del genere”.