Uccidere un uomo è ovviamente un gesto fuori da ogni logica deterministica. È cioè un fatto assoluto, che sfugge a qualsiasi ragione consecutiva se non, forse, a quella di autoconservazione. Cioè, in definitiva, all’autodifesa. Per questo, quale che sia il movente o il contesto, sotto il profilo morale un assassinio non trova differenza. La trova ovviamente di fronte alla giustizia, che deve modulare i gradi di responsabilità visto che la vita e la morte sono colorate d’infinite sfumature. Ma non appunto di fronte alla morale. Ambito in cui porre fine all’esistenza di un essere umano è sempre e comunque una scelta che non può trovare spazio. Una strada doppiamente fallimentare.

Bella musica + buon cibo + cocktail rinfrescanti + tanti amici + spettacoli e divertimento”. Questo lo slogan che uno dei due assassini del Collatino, Marco Prato, aveva assegnato alle serate che organizzava in alcuni locali romani. L’ultima, a quanto sembra dal suo profilo Facebook, all’Os Club alla fine di febbraio. Altre se ne erano svolte altrove in passato, per esempio all’Heaven, zona Piramide. Aperitivi noti nell’ambiente gay capitolino ma non solo. Il punto tuttavia non è quello – perché mai dovrebbe? – quanto la mediocrità assoluta in cui sia Prato, piccolo viveur del sottobosco capitolino con ambizioni da paparazzata, che Manuel Foffo, il trentenne suo complice, vivevano. Persone di superficie, legate a una comoda non-vita fatta di fallimenti mai scontati e soprattutto dell’assoluto disinteresse per la propria direzione. Un viaggio a vuoto protetto dalle famiglie. Quella di un assicuratore che gestisce un ristorante per Foffo, quella di un importante consulente culturale del ministero, già collaboratore dell’ex premier Giuliano Amato, per Prato.

La mia idea è che questi amavano sballarsi, fare sesso “strano”, che erano borderline e alla fine sono usciti di matto”. Così li inquadra una fonte individuata da Leonardo.it che dice di conoscere anche se non benissimo Prato. “Personalmente non mi è mai piaciuto perché lo trovavo antipatico ma non pensavo certamente che potesse arrivare a tanto”. Lo stile di vita che conducevano fra alcol, cocaina e un’esistenza fuori da ogni parametro è quello che in molti seguono e che può assumere varianti opposte con minime differenze. Per uno fintamente scintillante, in quell’incretinimento in cui molti vivono, muovendosi negli scarti del baraccone televisivo e perfino credendosene parte. Per l’altro incolore, fra l’università fuori corso, l’alcolismo, la patente sospesa e il progetto di una fantomatica startup.

Ma il problema, scusate, non può essere l’ambiente. Troppo facile. L’ambiente che si sceglie di frequentare è il frutto di ciò che, almeno per un periodo, si sceglie di essere, è vero. Ma allo stesso tempo non è affatto detto debba influenzare le persone né tantomeno assumere su di sé certe delittuose caratteristiche. Non esiste. Lo spiegavo all’inizio: un gesto tanto assurdo trascende ogni determinismo. Sembra banale ribadirlo ma le responsabilità non sono collettive. Sono personali. Ecco perché le strumentalizzazioni lette in queste ore – da chi racconta di un omicidio frutto dell’omosessualità a chi sottolinea le “famiglie tradizionali” dalle quali arrivano i due giovani – fanno pena e qualificano da sole chi le ha scritte e pronunciate.

Molto della propria identità lo raccontano però i modi in cui si vivono certi contesti che, complici anche le applicazioni per smartphone, i social e il mutamento della società, sono cambiati e molto rispetto a qualche anno fa: “Ormai funziona così – ha detto un’amica di Prato a Repubblicala gente fa gli afterini”. Cioè, dopo il rientro a casa all’alba dal club o dalla discoteca non si esce per 24 ore e si trascorre la giornata fra sesso e sostanze. Lo chiamano chem-sex: “Il nesso droga sesso oggi è più allarmante di quello che sembra – dice la nostra fonte – forse c’era di mezzo anche la Ghb, la droga da stupro”. Ma questa gente che vite conduce? Non lavora, non studia, non costruisce qualcosa per il proprio futuro? Annaspa quotidianamente fra le sicurezze di famiglia e la propria piccolezza? E il resto? E i padri che li ritraggono come “ragazzi modello”? Così, ieri sera da Bruno Vespa, Valter Foffo ha definito il figlio. Lo stesso che un paio di giorni prima, gonfio di coca, aveva ammazzato a coltellate e martellate un giovane che neanche conosceva. Un ragazzo modello.

Per colmare la loro folle sete di sangue, anzi per vedere “che effetto facesse”, i due traggono in agguato la vittima, Luca Varani, 23 anni, a casa di Foffo, fra la Tiburtina e la Collatina, all’ombra dell’A24 che penetra in città. Gli promettono soldi evidentemente per una prestazione sessuale. Pare 120 euro. Se non fossi titubante a utilizzare quell’abusatissimo aggettivo, direi che Varani è l’elemento pasoliniano della situazione. Neanche la sua famiglia ha problemi di soldi. Ma lui è il popolano. Il ragazzo nato a Sarajevo e adottato da un ambulante romano che vende stoffe per tappezzeria, operaio da un carrozziere, ancora prima pizzettaio, e fidanzato con Marta Gaia. Ma evidentemente disponibile a una doppia vita nella quale amava flirtare, per gusto o per necessità è complesso dirlo, con l’universo del vuoto assoluto nel quale Prato e Foffo galleggiavano. Questo dovranno appurarlo le indagini.

Rimane una sensazione di profondo disorientamento, di fronte a una storia del genere. Il motivo? Direi quasi narrativo, non fosse biasimevole per la vita che si è spenta in quell’appartamento di via Igino Giordani. Non c’è una storia. Non c’è una vera dinamica, non c’è una parvenza di logica criminale che riesca a tratteggiare un pur labile contorno a una morte tanto violenta. C’è solo un corpo nudo martoriato e due ragazzi, due che hanno l’età in cui dovrebbero costruire questa nostra nuova Italia, con un sangue carico di morte che dormono esausti di Male, al suo fianco.