Sono tanti gli aspetti lancinanti sull’ultimo caso di cronaca che ha rabbuiato il fine settimana capitolino. Si tratta dellassassinio della giovanissima Sara Di Pietrantonio, studentessa romana di 22 anni. Non è più fra noi, non abbiamo più la sua energia e la sua presenza, non potrà vivere la sua vita e percorrere le strade che sognava. Questo, ovviamente, il drammatico punto di partenza e al contempo d’arrivo.

Le modalità lasciano oggettivamente sconvolti per l’organizzazione e la lucidità con cui Vincenzo Paduano, la guardia giurata 27enne con cui aveva intrattenuto negli ultimi due anni una “relazione malata” – così l’ha definita Luigi Silipo, capo della squadra mobile capitolina che ha anche detto di non aver mai visto un delitto tanto atroce in 25 anni di lavoro – ha condotto il proprio piano nella notte fra sabato e domenica. Il pedinamento, lo speronamento dell’auto in cui viaggiava la ragazza, l’incendio del veicolo e l’inseguimento della giovane, riuscita a divincolarsi ma raggiunta poco oltre, anche lei cosparsa di liquido infiammabile. Strangolata e bruciata dall’uomo, reo confesso dopo otto ore d’interrogatorio. Neanche nei più angosciosi film dell’orrore.

Intorno, via della Magliana all’altezza del civico 1102. Un paio di chilometri fuori dal Raccordo anulare, in un territorio lugubre e isolato, prati capannoni ferrovia, confinante con la macchia che accompagna il Tevere alla foce e, dall’altra parte, con i tentacoli smembrati di quartieri che si diradano fino a comporre – ce ne sono tanti di scenari simili, in questa città che non finisce mai – un paesaggio del tutto opposto rispetto a pochi chilometri prima.

Eppure qualcuno transita, a quell’ora della notte, a un momento dalla fine senza pietà. Almeno due auto sarebbero passate prima che la ragazza fosse uccisa. Forse di più. Mentre fuggiva dall’ennesimo uomo che non conosce la libertà e il senso dell’esistenza Sara ha chiesto aiuto, evidentemente sbracciandosi e cercando di catturare l’attenzione dei guidatori. Nessuno si è fermato. Nessuno ha capito. O voluto capire.

C’è la nostra vicinanza alla famiglia e speriamo che questa morte così atroce non sia inutile – ha spiegato il procuratore aggiunto Maria Monteleone – l’invito alle ragazze è a denunciare e a non tenere nascosti comportamenti di minacce di chi afferma di volerti bene e così non è. Il secondo è un invito caldo a chi si imbatte su queste ragazze che hanno bisogno di aiuto, aiutarle e non essere indifferenti. Se ciò fosse accaduto probabilmente Sara oggi non sarebbe morta”.

In fondo quella ragazza di 22 anni l’abbiamo ammazzata tutti, sabato sera. Perché in quelle macchine che passano e se ne fregano, in quei conducenti che non si domandano, che non hanno neanche il coraggio di una telefonata, c’è tutta la pavida solitudine di una società mutilata. Da quella della diffidenza siamo passati alla società dell’omissione. Dove il nostro stare al mondo è parziale, ridotto all’intimità delle nostre abitazioni, chiuso in uno sguardo che si ferma al rumore del portone sbattuto alle nostre spalle.

La responsabilità penale è individuale. Nessuno cerca lagnose scorciatoie sociologiche. Tanto è vero che fatti come questi ci spingono anche a ripensare l’applicazione concreta dell’ergastolo. In Italia c’è e non c’è, i detenuti che lo scontano sono circa 1.500: col rito abbreviato, dalla reclusione a vita si scende infatti a 30 anni. Per questo bisognerebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: è legittimo che una società abbia disinteresse a rieducare e reintegrare alcuni suoi elementi. Quelli che hanno compiuto i gesti più gravi nei modi più efferati. Uno che strangola e arde una giovane donna, pianificando chirurgicamente ogni passaggio e inseguendola in piena notte, rientra senz’altro fra questi. Per molti la morte civile è l’unica strada. Per altri l’ergastolo non dovrebbe esistere. Per altri ancora, infine, non c’è alcun interesse a restituire queste persone alla comunità.