E’ stato uno dei personaggi più controversi della storia italiana del XX secolo. Per mezza Italia, il leader della lotta per il riscatto della classe proletaria; per l’altra metà, l’uomo di Mosca, il cinico esecutore della volontà di Stalin. Temuto, rispettato, odiato, ammirato, osannato; freddo, abile, calcolatore, spietato. Palmiro Togliatti racchiudeva nel proprio carattere una sintesi di tutto ciò. Ma era, anima e corpo, soprattutto una cosa: il capo dei comunisti italiani. Il partito non veniva al primo posto, bensì occupava l’unico posto disponibile. Al punto da dichiarare in un’intervista degli anni Cinquanta che avrebbe voluto come epitaffio per la propria tomba semplicemente la frase “Segretario generale del Partito comunista”.

Il 21 agosto 2014 ricorrono 50 anni dalla morte di Palmiro Togliatti. E’ importante sottolineare che l’intera sua azione politica fu rivolta verso gli interessi del comunismo, non dell’Italia. La nostra nazione era solo il territorio in cui operava, non la società per la quale agiva. Ha tuttavia reso un servizio anche all’Italia, sebbene principalmente perché costretto dalle circostanze, non perché motivato da amor patrio. Ha impedito con fermezza che anche da noi si scatenasse una rivoluzione armata bolscevica o un colpo di Stato pilotato da Mosca e facilitato dall’Armata rossa. Non poteva accadere, perché l’Italia apparteneva alla sfera d’influenza degli Stati Uniti e da loro era protetta anche militarmente. Gli accordi di Yalta tra Unione Sovietica e Usa erano chiari. Stalin non si sarebbe mai sognato d’infrangerli, perché non poteva averne la forza.

Il Partito comunista italiano del dopoguerra e degli anni Cinquanta aveva molte componenti che premevano per l’insurrezione armata. Togliatti avrebbe potuto assecondarle o lasciarsi sopraffare; in entrambi i casi ci sarebbe stata una risposta militare, politica e sociale che avrebbe spazzato via i comunisti dall’Italia, in mezzo ad un lago di sangue. Ma il leader conservò il comando del partito con un pugno di ferro, e perseguì sempre l’obiettivo della conquista del potere attraverso la lotta politica ordinaria. Di questo gli va dato atto.

Palmiro Togliatti nacque a Genova, il 26 marzo 1893. Nel 1911 vinse una borsa di studio per l’università di Torino e s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Allo stesso concorso partecipò anche Antonio Gramsci. I due si conobbero in quell’occasione e da questa frequentazione Palmiro si avvicinò al marxismo. S’iscrisse al Partito socialista nel 1914. Nel 1915 conseguì la laurea. Parteggiò per l’interventismo nella prima guerra mondiale. All’ingresso dell’Italia nel conflitto, pur inizialmente riformato alla visita militare per problemi alla vista, si arruolò volontario nella Croce rossa. Nel 1916 cambiarono i criteri di reclutamento e Togliatti venne arruolato nella Fanteria.

Finita la guerra insegnò in una scuola privata e collaborò all’Avanti. Nel 1919 fu tra i fondatori con Gramsci dell’Ordine nuovo, promuovendo una rivoluzione sul tipo di quella bolscevica avvenuta in Russia. Nel 1920 divenne segretario della sezione torinese del partito. Nel 1921 Togliatti seguì Gramsci nella scissione da cui nacque il Partito comunista d’Italia; nel frattempo si trasferì a Roma come caporedattore del quotidiano Il comunista.  Quell’anno divennero sempre più frequenti e pesanti le violenze, sia da parte comunista che fascista. Tornato a Torino nel 1922, successivamente all’ascesa al potere di Benito Mussolini, abbandonò temporaneamente l’attività politica dopo la strage fascista del 18 dicembre, in cui una squadra della milizia prese d’assalto la Camera del lavoro e l’Ordine nuovo, uccidendo 22 persone. Togliatti fu tra i pochi a sfuggire all’arresto di massa dei dirigenti comunisti ordinato da Mussolini nel febbraio 1923. Nel 1924 si recò a Mosca per il quinto congresso dell’Internazionale comunista (o Komintern), il primo dopo la morte di Lenin. Fu qui che assunse lo pseudonimo celebre di Ercole Ercoli. Nello stesso anno si sposò con Rita Montagnana.

Nel 1925 Mussolini instaurò la dittatura e cominciò a togliere di mezzo gli avversari politici. Togliatti venne arrestato il 3 aprile, ma l’amnistia lo fece uscire dal carcere. A settembre venne emesso un nuovo mandato di cattura, ma nel frattempo lui entrò in clandestinità. Il 10 febbraio 1926 riuscì a lasciare l’Italia con la moglie e il figlio per recarsi a Mosca, in quanto capo delegazione all’Internazionale. Non sarebbe più rientrato fino al 1944. Al termine di quel congresso Togliatti venne eletto nell’esecutivo dell’Internazionale, insieme a Stalin, Trockij, Bucharin e altri. Cominciava la guerra interna nella nomenklatura dell’Unione Sovietica, Trockij da una parte, Stalin dall’altra. Gramsci dall’Italia inviò ad ottobre una lettera in cui appoggiava la linea politica di Stalin, pur invitando a non superare certi limiti e ad evitare pericolose scissioni. Togliatti non trasmise la lettera; aveva già capito che non era salutare criticare Stalin. Fu qui che i rapporti con Gramsci divennero cattivi.

Dopo l’arresto di Gramsci insieme a tutti i deputati comunisti in seguito all’attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926, Togliatti assunse la guida del partito, che avrebbe diretto da Parigi e poi dalla Svizzera. Parallelamente Stalin aveva già cominciato ad eliminare i suoi avversari, partendo da Trockij. Togliatti pose la massima attenzione nell’assecondare i desideri di Stalin. Lo fece talmente bene da diventare l’uomo di fiducia del despota sovietico, al punto da venire inviato in Spagna dal 1937 al 1939 nella guerra civile, come rappresentante dell’Internazionale.

Durante la seconda guerra mondiale, Togliatti fu impegnato fino allo spasimo a sopravvivere alle purghe di Stalin, cioè le esecuzioni sommarie. Ne uscì vincitore e saldamente in testa al partito. Dopo lo sbarco in Sicilia delle forze alleate, Togliatti rientrò in Italia a bordo di una nave, approdando a Napoli il 27 marzo 1944. Avvenuta la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, Togliatti capì che era necessario uno sforzo comune di tutte le componenti politiche al fine liberare il resto del Paese dai nazifascisti e procedere alla ricostruzione. Propose quindi agli altri partiti, che volevano deporre subito la monarchia, di rinviare la questione alla fine del conflitto e di dar vita ad un governo ancora sotto i Savoia. Fu denominata “la svolta di Salerno“, poiché in questa città fu trasferito provvisoriamente il centro esecutivo dell’Italia.

Nacquero dunque i governi ispirati dal Comitato di liberazione nazionale. Togliatti ne fu prima vicepresidente, poi ministro della Giustizia. In questa veste, nel 1946 propose l’amnistia per i reati compiuti dagli ex fascisti (ma anche dalle formazioni partigiane più violente); la collaborazione con la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi ebbe un altro punto importante con l’accordo per inserire nella nuova Costituzione repubblicana il concordato tra Stato e Chiesa firmato nel 1929 dal governo fascista. Questo gli attirò molte critiche in casa. Ma per lui era evidente che in quel momento spaccare ulteriormente il Paese non serviva nemmeno ai comunisti. Le collaborazioni comunque finirono qui. Formate le nuove istituzioni e varata la Costituzione, cominciò l’agguerrita lotta politica contro la Dc. Nel 1947 De Gasperi estromise i comunisti dal governo, imprimendo all’Italia una ferma e decisa svolta verso l’occidente democratico e l’alleanza con gli Stati Uniti. La campagna per le prime elezioni politiche del 1948 fu serrata. Il 18 aprile, il Fronte democratico popolare (cioè Pci e Psi) perse il confronto. L’Italia scelse di seguire la Dc e De Gasperi.

Il 14 luglio 1948 un estremista di destra, Antonio Pallante, compì il famoso attentato: sparò tre colpi di pistola contro Togliatti mentre usciva da Montecitorio insieme a Nilde Iotti, diventata la sua amante da un paio d’anni. Lo colpì al torace e alla nuca, ma nessuna delle ferite fu fatale. Mentre veniva operato al Policlinico, nel Paese scoppiò il finimondo. L’attentato fece scatenare rivolte un po’ ovunque; i telefoni vennero isolati e la circolazione ferroviaria bloccata. A Torino gli operai della Fiat sequestrarono l’amministratore delegato Vittorio Valletta. Il ministro dell’Interno Mario Scelba rispose con misure molto dure per fronteggiare quella che sembrava una vera e propria insurrezione. In tre giorni ci furono 30 morti e centinaia di feriti. Ma Togliatti, ripresosi dall’operazione, intimò ai militanti di stare calmi e non fare pazzie. Una rivolta in quel momento avrebbe comportato la guerra civile e la fine del comunismo in Italia.

Negli anni successivi Togliatti operò per consolidare la forza del Pci, facendone il più importante partito comunista in Europa, ma non riuscì mai ad ottenere abbastanza voti per conquistare il governo in Italia. Morto Stalin nel 1953, fu spiazzato dalle mosse del nuovo leader sovietico Nikita Cruscev, che nel 1956 denunciò al mondo le nefandezze del suo predecessore. Togliatti faticò parecchio ad adeguarsi e contemporaneamente a mantenere le redini del partito, tenendo a freno l’ala estremista che girava intorno al vice Pietro Secchia. Riuscì comunque a liquidare gli oppositori interni. Tuttavia iniziò un progressivo distacco da Mosca, inventandosi la “via italiana al socialismo“. Ma ciò non gli impedì di accodarsi totalmente ai sovietici in occasione della rivolta in Ungheria di quell’anno, repressa dall’Armata rossa. Ma era Cruscev il suo incubo ricorrente. Fino alla fine.

Nell’agosto del 1964 si recò a Mosca per tessere le sue trame con Leonid Breznev: aveva intuito che il cavallo vincente era lui, come i fatti avrebbero poi dimostrato. Ma il leader italiano venne sottoposto, probabilmente dietro iniziativa degli uomini di Cruscev, a diverse visite mediche non richieste. Gli fu consigliato di andare sul Mar Nero, a Yalta, a riposarsi; praticamente lo obbligarono. E’ in questa località che qualche giorno dopo fu colpito da un ictus. Ma i medici sovietici attesero ben sette giorni prima di operarlo. L’intervento fu quindi inutile. Palmiro Togliatti morì il 21 agosto 1964. Negli ultimi tempi usava indicare in Enrico Berlinguer il migliore tra chi aspirava a succedergli alla guida del Pci. Aveva visto giusto, anche se i vertici poi scelsero Luigi Longo.

Foto: Togliatti a Berlino nel 1950. Credit: Hans-Günter Quaschinsky, Deutsches Bundesarchiv, CC 3.0