I Panama Papers vengono da molti indicati come la più ampia fuga di notizie della storia del giornalismo. Tanto per dare qualche riferimento, il Cablegate del 2010 di Wikileaks “pesava”, per così dire, 1,7 GB di documenti. Le inchieste sul Lussemburgo del 2014 4 GB, quelle sulla Svizzera dell’anno scorso 3,3. L’ultima, svelata dal Consorzio internazionale per il giornalismo investigativo, si attesta invece sui 2,6 TB. Un’operazione in effetti senza eguali che ha spinto la prima testata venuta in possesso dei milioni di file, la tedesca Süddeutsche Zeitung, a condividere il lavoro di analisi e verifica con altri cento giornali da 80 Paesi.

La domanda, di fronte a queste straordinarie fughe di informazioni riservate e segrete e alle conseguenti inchieste giudiziarie e giornalistiche che ne seguono, è sempre la stessa. Specialmente in Italia, dove l’opinione pubblica è contraddistinta da un disincanto e un cinismo senza paragoni. Cosa cambierà davvero? E cosa è cambiato negli anni scorsi, per esempio dopo il Datagate portato alla luce dall’ex consulente delle agenzie americane di sicurezza, Edward Snowden? Non si tratta semplicemente di regole e provvedimenti – per esempio la bocciatura, lo scorso anno, dell’accordo sulla privacy fra Stati Uniti ed Europa da parte della Corte di giustizia europea ne è stata senz’altro una conseguenza – ma di sensibilità nelle scelte della vita quotidiana. Per esempio: le persone sono davvero più attente alla riservatezza dei loro dati personali? E quali dinamiche politiche, tornando ancora più indietro, sono state davvero toccate dalla rivelazione delle opinioni dei diplomatici statunitensi sui leader di mezzo mondo? Sì, c’è stata la legge statunitense sulla privacy dei Paesi alleati e la riforma dell’Nsa. Ne valuteremo l’efficacia al prossimo leak.

Con i Panama Papers il centro del discorso non cambia: c’erano già state, ad opera dello stesso Icij, inchieste simili sui paradisi fiscali offshore, appena due anni fa. Il lavoro giornalistico riuscirà a condurre a un nuovo sistema di regole internazionali che possa fiaccare l’anonimato garantito da questi territori e assicurare controlli più stringenti sull’origine dei capitali depositati nei conti correnti collegati alle società di carta messe in piedi a Panama City come a Cipro, a Samoa come sull’isola di Man? Difficile dirlo ma certo appare davvero complesso che di punto in bianco si alzi il velo sulla ragnatela d’interessi che connette centinaia di migliaia di società, privati, investitori, prestanome. Senza considerare il lato criminoso della storia.

Ecco perché è altrettanto difficile stupirsi delle reazioni di queste ore fra la gente comune. Fra chi non sa neanche cosa sia Mossack & Fonseca eppure ha già tutto molto chiaro. Per carià: non si tratta certo di un omaggio al complottismo di strada. Ma basta scambiare qualche parola per capire che non c’è alcuna sorpresa su quanto la straordinaria inchiesta ha confermato. Forse proprio perché tutti sospettavano, anzi sapevano bene da anni pur senza averne le prove, dello sterminato sottobosco di soldi più o meno puliti e più o meno in fuga in ogni direzione planetaria fuorché laddove possano essere controllati e tassati.

Servivano conferme, che sono fondamentali e per fortuna sono arrivate dal lungo e prezioso lavoro dei giornalisti di mezzo mondo. A questo serve l’informazione, che in questo caso ha dimostrato una fortissima ibridazione con altre branche specialistiche. Qui, però, deve ovviamente fermarsi. Servirebbero infatti chiare conseguenze a queste conferme giornalistiche da parte degli organismi internazionali e degli stessi Paesi coinvolti come origine e come destinazione del traffico. Altrimenti, in casi del genere, non si potrà più parlare di “scandalo” ma al massimo di un’importante presa d’atto di ciò che tutti, da sempre, sapevano.