Tra le innumerevoli amministrazioni politiche in tutto il mondo che sono state messe in imbarazzo dal leak dei cosiddetti Panama papers una delle più pronte a reagire è stata quella cinese.

Secondo le prime rivelazioni pare infatti che tra membri attuali o non più in carica del Comitato permanente del Politburo siano otto (direttamente o attraverso famigliari) ad aver portato capitale all’estero grazie all’aiuto dello studio Mosack Fonseca attualmente sotto inchiesta. I nomi sarebbero anche di primissimo rilievo, dato che si parla del cognato del presidente Xi Jinping o la figlia dell’ex premier Li Peng.

Nel frattempo però la Cina si è mossa con la sua solita durezza e tempestività mettendo in moto una censura web preventiva. Sul social network Weibo non è infatti operare ricerche sull’argomento, così come sul motore di ricerca Baidu tutti i pochi link disponibili indirizzano verso pagine non funzionanti.

Anche i giornali hanno ignorato del tutto l’argomento e persino il Global Times sposa la tesi del complotto occidentale contro il resto del mondo, d’altro canto già avanzata dai media controllati da Vladimir Putin.

Ma l’Italia non è affatto estranea, e c’è qualcosa del nostro Paese negli oltre 11 milioni di documenti resi pubblici dal consorzio giornalistico Icij. L’Agenzia delle Entrate ha già ufficializzato il suo interesse rispetto ai Panama papers e ha chiesto al presidente Juan Carlo Varela di poterne prendere visione integrale.

Alcune fonti parlano poi di un coinvolgimento di un nutrito gruppo di società sportive, calciatori in attività e non e anche dirigenti di squadre di calcio di una certa importanza come il Barcellona, il Manchester United, il Real Madrid, Boca Juniors, Real Sociedad e anche l’Inter.

Nel resto del mondo sta facendo scalpore la reazione del popolo islandese. Ieri infati sono scese in piazza migliaia di persone per chiedere le dimissioni del premier Sigmundur Gunnlaugsson implicato nello scandalo. Il politico, che ha negato ogni accuso e che non vuole saperne di lasciare la poltrona, è infatti accusato di possedere una società offshore segreta presso le isole Vergini. La raccolta firme contro di lui ha raggiunto la percentuale record dell’8% della popolazione.

Le ultime notizie danno poi coinvolti due grandi nomi della politica. Il primo è David Cameron, il cui padre broker Ian - avrebbe nascosto per anni al fisco le sue fortune attraverso decine di prestanome. Dubbi pressanti circolano dunque sull’attuale patrimonio di famiglia, anche se il premier non ha voluto commentare.

Nella bufera anche Marine e Jean-Marie Le Pen. Stando a Le Monde il fondatore del Front National avrebbe celato i suoi introiti grazie alla società offshore Balerton Marketing Limited.