Il Papa si è dimesso. Riformulo: Benedetto XVI si è dimesso e perfino la neve non mi sembra più così orrida. Non accadeva da circa 600 anni, dall’abdicazione di Gregorio XII, e prima era accaduto soltanto due volte: con Clemente I, nella preistoria vaticana, e soprattutto con il “gran rifiuto” di Celestino V, a riprova della tenacia con cui i vari rappresentanti della categoria restano avviluppati alla dorata cadrega. In un certo senso ce lo potevamo aspettare: non era stato forse proprio Benedetto XVI a omaggiare la tomba di Celestino V, nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, pochi giorni dopo il tremendo terremoto del 2009?

Certo, in quanto a commentatori, a Benedetto XVI è andata decisamente peggio che al fu Pietro del Morrone: questo fu celebrato da Dante Alighieri (che lo spedì nell’Antinferno, ma quel che conta è il pensiero), da Jacopone da Todi, da Ignazio Silone; Ratzinger, invece, è celebrato dal mondo del web, il collettivo più feroce da quando si sono estinti i velociraptor.

Chi lo paragona a Zeman, anch’egli giubilato da Roma; chi propone una foto di Ronnie James Dio, abbracciato al suo cane, scimmiottando le sviolinate animaliste dei candidati premier; chi prova a immaginare il suo TFR, chi propone Claudio Ranieri come traghettatore fino a fine stagione, chi tira in mezzo Zamparini, chi suggerisce le imprecazioni su Twitter come motivo del suo abbandono (in realtà, ovviamente, dovuto a ragioni molto più serie) e chi caldeggia l’ascesa al soglio pontificio di Delio Rossi o Darth Vader. Ma il più gettonato è lui: Silvio Berlusconi, già unto dal Signore in tempi non sospetti e ora pronto a far fruttare il lungo noviziato. E queste sono solo le battute riportabili senza rischiare di finire querelato o incenerito.

Da qualche parte, sulle rive dell’Acheronte, Celestino e gli ignavi se la ridono di gusto.