Parliamoci chiaro, il Papa ha fatto un discorso giusto. Anzi, “sacrosanto”, per rimanere nel suo territorio semantico. Nel corso dell’udienza giubilare di sabato scorso, e nell’ambito di un più ampio passaggio dedicato alle differenze fra pietà e pietismo contemporaneo, ha infatti lanciato un appello alla corretta misura dei sentimenti e degli atteggiamenti. “Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti e ai cani che poi lascia sola e affamata la vicina. No, per favore no!”, ha detto, sollevando un vespaio di polemiche, dalle associazioni animaliste improvvisamente mutate in raffinate facoltà di teologia ai fieri proprietari di Fidi, Mici e assortite bestiole casalinghe. Un baccano insopportabile.

“La pietà non va confusa con la compassione per gli animali che vivono con noi – ha aggiunto il Pontefice – accade infatti che a volte si provino sentimenti verso animali e si rimanga indifferenti di fronte alle sofferenze dei fratelli”.

Mi pare che l’argomentazione rimanga coerentemente sulla linea pauperista di Jorge Mario Bergoglio, quella che tanto calore popolare gli ha reso fin dall’elezione del 13 marzo 2013. E cioè sulla critica puntuale alla reificazione della società e al conseguente, angosciante impoverimento delle relazioni che ne stanno alla base. Quelle prettamente umane. Non ci sarebbe quasi da aggiungere mezza virgola.

Tuttavia conviene spiegarsi: non credo che la polemica del Santo Padre fosse rivolta agli animali di per sé. Né ai loro proprietari. Per i nostri insostituibili amici, infatti, vede perfino un posto in Paradiso. Pare lo abbia confermato nell’autunno di due anni fa, anche se non ci sono testimonianze di quelle affermazioni. Il suo obiettivo, in fondo il solito, è la nostra roboante e compulsiva tendenza a oggettivizzarli. E quindi a trasformarli negli ennesimi tasselli di una patologia consumistica senza fine apparente. È lì, in quel passaggio stomachevole per cui la bestia perde la sua natura mentre è spinta ad assumerne una aliena, che il Papa vede il cortocircuito. Non in altro.

Dunque non è tanto l’idea di una gerarchia di sentimenti per cui sia più importante amare il vicino in difficoltà o il senza fissa dimora affamato che incontriamo ogni giorno sotto casa. Al contrario, come sempre Bergoglio parte dal particolare per svelare la sua posizione universale. Cioè una faccenda di valori e di primato dell’essere umano. Ma soprattutto di discernimento cosciente.

Il suo è in sostanza un invito a non rendere cani e gatti con cui condividiamo le nostre vite ciò che non sono: che li si antropomorfizzi, riservando loro attenzioni fuori scala, o li si imbelletti come costosi pupazzi da collezione, il centro del discorso non cambia. Diventano solo l’ennesimo trastullo di una società senz’anima che, come effetto primario, si allontana dalla solidarietà e dalla misericordia dovuta dagli uomini verso altri uomini.

Non è dunque, come in molti hanno scritto, l’ennesima storia degli animalisti che odiano gli esseri umani. Né tantomeno ha alcun senso rispondere alle parole del pontefice con domandine ridicole come “Quando e dove il Papa ha visto un amante degli animali negare il proprio aiuto agli umani?”. Ma figuriamoci, mica è un’indagine della Forestale. Fra l’altro, a Francesco non interessava certo rivolgersi agli animalisti, che senza perdere un secondo si sono infilati nel mirino delle vittime predestinate.

La stragrande maggioranza dei padroni di cani e gatti, infatti, non può certo dirsi appartenente a quella categoria né in termini d’impegno etico né sotto il profilo pratico. I veri animalisti non trattano gli animali da uomini, ma da animali. Com’è giusto che sia. Sono appunto gli altri, fin dall’acquisto di un cucciolo di razza da centinaia se non migliaia di euro, che giungono a riservare loro le attenzioni con cui curano un qualsiasi altro feticcio: lo smartphone, l’automobile, il tv 4K, le scarpe, il capo firmato. Anche il cucciolo, che ormai si sceglie con l’ansia e l’attenzione di un mutuo, dev’essere firmato. E trattato di conseguenza. In quelle espressioni turbo-consumistiche Bergoglio vede la pachidermica contraddizione contemporanea, fatta di individui soli che sfogano le loro miserie sull’animale domestico, tenero antistress.

Oltre all’argomentazione da sempre cara al Papa – quella che contesta l’esagerazione, la farsa morale, la cultura dello scarto – c’è poi una faccenda teologica ben espressa dal teologo Paolo De Benedetti: l’uomo è superiore, ha spiegato al Corriere della Sera, “nel senso che lo ha deciso Dio. Il credente deve ricordarsi che Dio gli ha dato un rapporto con Lui che nessun’altra creatura ha. Ma è proprio questo rapporto a renderlo responsabile e non onnipotente nei confronti del creato. Spetta alle religioni farlo capire”.

Insomma, non sono per nulla convinto che l’intervento di sabato scorso fosse rivolto contro le persone che ostentano troppo amore per gli animali e disprezzo o indifferenza per gli esseri umani. O meglio, magari la faccenda fosse così semplice. Mi è parso, semmai, un invito a maneggiare i giusti approcci nelle diverse situazioni. Sforzandoci, anche con Fido e Micio, di rifiutare o almeno ridimensionare un trattamento che è semmai figlio di una vita quotidiana sbilanciata. Se l’assoluto buon senso di Papa Francesco ci sembra rivoluzionario, siamo proprio messi male.