Marianna, una commessa di una nota catena di profumerie, è stata licenziata nel 2008 poiché – nel corso della pausa pranzo – avrebbe proferito più volte delle parolacce. A confermare il suo licenziamento è stata la Cassazione che ha riconosciuto la giusta causa visto che a proporre la rescissione del suo contratto era stato il direttore del negozio che non ne poteva più del suo comportamento, delle sue parolacce pronunciate durante la pausa pranzo con le colleghe. Anche le clienti, racconta il Corriere.it, si lamentavano del suo modo di fare, del suo modo di atteggiarsi. E così è stata licenziata.

Parolacce non gradite dal direttore

La commessa, subito dopo essere stata licenziata, ha fatto ricorso alla Suprema Corte che, però, non le ha dato ragione. Al massimo si sarebbe potuta beccare una lieve punizione ma non di certo il licenziamento, secondo il difensore della donna. Tra l’altro non è giusto pretendere che “ai lavoratori dipendenti, nei momenti della pausa di lavoro, sia inibito un linguaggio adoperato normalmente da persone della stessa estrazione sociale, della stessa cultura e accomunate dalla familiarità che subentra in conseguenza di un lavoro quotidiano in uno spazio ristretto nell’azienda in cui operano” ha precisato il legale.

Parolacce che le fanno perdere il lavoro

I giudici della Corte di Cassazione si sono espressi con la sentenza 3380 che ha dichiarato inammissibile il ricorso della commessa condannandola a pagare le spese giudiziarie pari a 3.100 euro.