L’intenzione dell’Inps è chiara: evitare la svalutazione delle pensioni che sarebbe legata alla recessione che ormai zavorra da anni l’economia italiana. L’ente pensionistico avrebbe già inviato ai ministeri del Lavoro e dell’Economia una lettera in cui chiarimenti sul modello di calcolo introdotto con la riforma Dini del 1995.

Cosa è successo negli ultimi vent’anni? L’ammontare dei contributi che andranno a formare la pensione futura, viene rivalutato ogni anno secondo del Pil nominale – vale la media degli ultimi cinque anni. Ciò significa che quest’anno la rivalutazione dovrebbe essere una svalutazione – visto che la media degli ultimi cinque anni è pari a -0,1927%.

Se l’Inps dovesse fare così, le nostre pensioni domani dovrebbero essere inferiori. Il nostro ente pensionistico però ha fatto il seguente ragionamento. Il meccanismo originale prevede una rivalutazione dei contributi versati e non una svalutazione, per cui non ci potrà essere una penalizzazione dei futuri pensionati.

Un passaggio quasi scontato se non fosse per il molto rumore degli ultimi giorni su stampa e blog, per cui l’Inps per fare chiarezza sulla faccenda ha deciso di inviare la lettera di cui cui abbiamo scritto qualche riga fa. Sul tema ci sono già le aperture del viceministro dell’Economia, l’esponente democratico Enrico Morando, che comunque afferma che “neanche si può pretendere una rivalutazione se il Pil è negativo”. Aperture simili arrivano anche dal sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta.

Il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha presentato una proposta di legge con Maria Luisa Gnecchi (Pd) che prevede un diverso meccanismo di rivalutazione in caso di due anni con Pil negativo – in questo caso si seguirebbe la media di crescita del Pil nei cinque anni precedenti a quelli di decrescita del prodotto interno lordo.

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