A parole il piano Juncker mette sul piatto 300 miliardi di investimenti, ma a conti fatti la dotazione reale è di 21 miliardi di euro. Con ogni probabilità, quando a luglio il presidente della Commissione Ue ha promesso un pacchetto di investimenti da 300 miliardi di euro, sapeva che sarebbe dovuto ricorrere a formule fantasiose.

Com’è puntualmente avvenuto al momento di mettere le cose per iscritto. L’obiettivo è addirittura cresciuto – si parla di 315 miliardi -, ma solo perché si spera che ogni euro pubblico ne attiri altri 15 – e secondo la Commissione europea questa sarebbe una stima prudente. Non si capisce però per quale ragione i privati dovrebbero partecipare con i propri soldi a questi progetti.

Come abbiamo già scritto, gli unici soldi disponibili sono pari a 21 miliardi: 16 vengono dal bilancio Ue – sono stati riciclati dal fondo infrastrutture Connecting Europe e da Horizon 2020 -, mentre altri 5 arriveranno dalla Bei.

Proprio in questi giorni un gruppo di lavoro composto anche dai Paesi membri sta lavorando a una prima lista di progetti. Bruxelles ha deciso che dei 315 miliardi di euro di investimenti generati dal Fondo, 240 miliardi andranno a progetti strategici, 75 a piccole e medie imprese. Sempre a proposito di cifre, la Commissione europea prevede che il piano possa aumentare il prodotto interno lordo a lungo termine per un totale di 330-410 miliardi di euro, e creare 1,0-1,3 milioni di posti di lavoro all’anno nel triennio.

La nuova entità, che beneficerà dell’esperienza della Bei, potrà a differenza di quest’ultima investire in progetti rischiosi. Il pacchetto si fonda su una mobilizzazione dell’abbondante liquidità privata sui mercati, che dovrebbe essere incentivata all’investimento grazie al fatto che la mano pubblica è pronta a prendersi a carico la prima perdita di una eventuale operazione fallita. I più critici metteranno l’accento sulla leva finanziaria, sempre aleatoria, tanto più che il capitale iniziale è molto limitato.

La Commissione europea è stata costretta a tenere conto della scelta di molti Paesi di non aumentare il debito. È anche per questo che il piano ha varie sfaccettature. Non si tratta solo di creare un nuovo strumento finanziario. Bruxelles è convinta che il volano finanziario potrà funzionare solo se i progetti saranno selezionati a dovere e soprattutto se verrà riformato l’ambiente regolamentare per liberare risorse, e consentire agli investimenti di attecchire su un tessuto produttivo più dinamico.

Il pacchetto si basa quindi su un trittico: investimenti, responsabilità di bilancio, riforme strutturali. Sul fronte europeo, l’esecutivo comunitario intende rilanciare la possibilità delle cartolarizzazioni finanziarie; promuovere un mercato dei capitali in modo da aiutare il finanziamento delle piccole imprese; rafforzare il mercato unico delle telecomunicazioni; ridurre gli ostacoli ai trasporti intra-europei sui mari, nei cieli, su rotaie; facilitare l’import-export di fonti energetiche tra i Ventotto.

Il piano Juncker per gli investimenti, al centro del programma del nuovo presidente della Commissione europea, prevede la creazione di un Fondo europeo per gli investimenti strategici (Efsi) che avrà inzialmente un capitale piuttosto limitato: 21 miliardi di euro. Cinque arriveranno dalla Banca europea degli investimenti, gli altri 16 dal bilancio Ue. Grazie alla leva finanziaria la Commissione conta di mobilitare un ammontare 15 volte più ampio di investimenti privati: 315 miliardi in tre anni
La distribuzione dei fondi
Gli investimenti generati dal nuovo Fondo, secondo i piani della Commissione europea, dovrebbero andare per 240 miliardi a progetti strategici (trasporti, energia, ricerca, istruzione), 75 alle piccole e medie imprese. Un gruppo di lavoro sta già lavorando a una prima lista di progetti. L’Esecutivo comunitario prevede inoltre che il piano possa aumentare a lungo termine il prodotto interno lordo per un totale di 330-410 miliardi di euro e creare tra uno e 1,3 milioni di posti di lavoro in più all’anno.

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