Il consiglio dei 28 capi di Stato e di governo dell’Unione Europea ha dato il via libera al piano di investimenti voluto dal presidente della Commissione Europea, il lussemburghese Jean Claude Juncker.

L’obiettivo lo conosciamo tutti, mobilitare la bellezza di 315 miliardi di euro nel 2015-2017, ma sappiamo molto meno sul modo con cui questo fine verrà perseguito. Per ora di soldi veri ce ne sono solo 21, 156 dall’Unione Europea e 5 dalla Banca europea degli investimenti (Bei).

Poca roba. Si sa che anche i paesi possono contribuire al fondo, ma finora nessuno ha detto ancora quanti soldi metterà sul piatto. Tutti vogliono prima sapere come funzionerà la faccenda. E il nodo centrale da risolvere resta quello della flessibilità, ovvero del famigerato vincolo del 3%.

Non c’è bisogno di essere un indovino per vedere che la Germania preme per non dare agli altri paesi europei – e in primis a Francia ed Italia – l’occasione per aumentare il loro deficit, mentre Hollande e Matteo Renzi la pensano in modo diametralmente opposto.

Secondo Juncker la flessibilità sul tema indicata nel vertice Ue significa che, se un paese supererà il 3% di deficit a causa del fondo investimenti, non verrà sanzionato con una procedura di infrazione della Commissione.

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