Pietro Maso, dopo 22 anni di carcere, torna libero. Il 17 aprile del 1991 il ragazzo, diciannovenne, aveva massacrato, con l’aiuto di alcuni amici, i suoi genitori Rosa e Antonio, nella loro villetta di Montecchia di Crosara, in provincia di Verona. Un delitto compiuto in maniera fredda, violenta, con botte ripetutamente inferte con un tubo di ferro e con altri corpi contundenti. Tutto ciò per intascare la sua parte di eredità (Pietro ha due sorelle maggiori, Nadia e Laura). Reo confesso, fu condannato a 30 anni di reclusione, pena scontata in carcere fino a ottobre 2008, quando ottenne la semilibertà.

Questa mattina Maso ha lasciato l’istituto di pena alle porte di Milano. Per evitare i flash dei fotografi, le riprese tv e i giornalisti è salito direttamente a bordo del suv con cui lo sono venuti a prendere le due sorella Laura e Nadia, che lo avevano perdonato alcuni anni fa.

Oggi Pietro ha 41 anni, è sposato, ha un lavoro in una ditta milanese che assembla computer e ha ottenuto la libertà anticipata grazie all’indulto e agli sconti di pena per buona condotta. Domani 16 aprile uscirà il suo libro, Il male sono io. Scritto con l’aiuto della giornalista Raffaella Regoli, Maso vi racconta in maniera molto lucida, quasi morbosa, l’omicidio ma anche il periodo che lo seguì, la vita in carcere, la sua metamorfosi come uomo, la sua redenzione. Ecco un breve passo molto esplicativo del prodotto finale:

”Sono in piedi accanto ai loro corpi. Morti. Una linfa gelata mi è entrata dentro, nelle vene, nelle ossa, nel cervello. Vado in bagno. Devo lavarmi. Apro a manetta l’acqua calda, tengo la testa bassa. Fisso le macchie sul dorso delle mani. E’ sangueE’ il sangue di mio padre. E’ il sangue di mia madre. Ci è schizzato sopra, sulle dita”. Per questo ragazzo abituato al lusso, alla vita notturna, agli abiti alla moda, l’impatto con il carcere è un trauma: “Chi avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe accaduto – spiega – l’omicidio, il carcere. Di lì a poco non avrei avuto neppure un paio di slip per cambiarmi. Per anni ho avuto addosso solo i vestiti unti e consumati che qualche detenuto mi lasciava per pietà”.