È andata in onda l’intervista esclusiva di “Quarto Grado” a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, scomparsa nel 1983 a Roma. Cittadina vaticana, figlia del commesso della Prefettura della Casa Pontificia, è sparita in circostanze misteriose.

Vi proponiamo integralmente l’intervista trasmessa da “Quarto Grado”.

La notizia del ritrovamento delle ossa sotto la Nunziatura Vaticana ha un filo rosso con questa trattativa tra alcuni monsignori del Vaticano e la Procura di Roma?

«È il primo pensiero che mi è venuto… perché la realtà è stata molto meno poetica di come l’ha rappresentata Faenza (regista de ‘La Verità sta in cielo’, film sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, ndr), che l’ha illustrata molto bene. Quando in Vaticano è stato convocato Giancarlo Capaldo (il magistrato che si occupava dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, ndr) gli hanno chiesto due favori: uno, che fosse la magistratura a togliere De Pedis (boss della Banda della Magliana, accusato di essere coinvolto nel sequestro di Emanuela Orlandi, ndr) da Sant’Apollinare (la basilica dove è sepolto De Pedis, ndr); due, un aiuto per risolvere la questione di Emanuela, trovando una verità di comodo che facesse il minor danno possibile alla Santa Sede. Per questo erano disposti a dare un fascicolo con i nomi di persone che avevano avuto un ruolo in questa vicenda. Ma fino ad un certo livello: perché oltre non si poteva andare. Il magistrato, però, disse che la famiglia di Emanuela, più che i responsabili, voleva sapere se Emanuela era viva o era morta. E, se morta, avere la possibilità di ritrovare il corpo. Gli è stato risposto: “va bene”. E questa è una cosa allucinante: in Vaticano gli hanno risposto “va bene”».

Tu eri presente a questo incontro tra Capaldo e alcuni esponenti del Vaticano?

«No, però ho parlato a lungo con Capaldo, che ho conosciuto molto bene, e mi raccontato queste cose. Capaldo non è un mio amico: era il magistrato che si occupava dell’inchiesta e vice capo della Procura. Non posso non credere a quello che mi ha detto».

In Procura a Roma, pensano che il tuo sia un discorso un po’ inventato…

«È normale, ma io non credo sia inventato. Anche perché, in Vaticano, non hanno negato questo incontro. Io e l’avvocato Laura Sgrò abbiamo chiesto tantissime volte delle risposte, per sapere chi era quell’alto prelato che ha parlato con Capaldo. Il problema principale è stato che quando Capaldo non ha avuto più risposte, ha rilasciato una dichiarazione pubblica, che all’epoca, era il 2012, mi aveva colpito tantissimo. Diceva che c’erano delle personalità, in Vaticano, che erano a conoscenza di quello che era accaduto. Ma, per quanto riguarda l’apertura della tomba (di De Pedis, ndr), al momento non lo riteneva opportuno. Era un segnale che mandava a loro, come a dire, ‘voi mi avete fatto un’offerta, mi avete promesso un fascicolo in cambio di qualcosa, ma io quel fascicolo non l’ho mai avuto’. Il giorno stesso è intervenuto il nuovo Capo della Procura di Roma, il dottor Pignatone, che si è dissociato da quella dichiarazione e ha tolto l’inchiesta a Capaldo. E l’ha fatto semplicemente per portarla all’archiviazione. E così è stato. Poi ho letto un’intercettazione, che ho ritenuto molto importante, tra la moglie di Enrico De Pedis, Carla Di Giovanni, e uno degli indagati, il monsignor Vergari: in quei giorni lui era preoccupatissimo perché stavano aprendo la tomba di De Pedis. E in questa intercettazione, che è molto dura, la Di Giovanni diceva “meno male che adesso è arrivato il nostro procuratore… ci penserà lui a far tacere Orlandi. Già ha fatto fuori Capaldo e il capo della mobile… e ha promesso ai miei avvocati che lui archivierà tutto”. Credo che non ci siano parole da aggiungere».

Sono accuse che tu stai rivolgendo al Procurato Capo Pignatone e te ne assumi la responsabilità.

«Quelle intercettazioni sono agli atti in Procura. Sono anche a sua disposizione. Io ho riportato solo un’intercettazione. E poi ho visto gli avvocati di De Pedis: li ho visti che sono andati da Pignatone. Perché il giorno che sono andato da Pignatone, loro uscivano. Ci sono stati sicuramente. Mi sono stupito che quando è uscita la notizia dell’incontro di Capaldo in Vaticano, Pignatone non abbia convocato lo stesso Capaldo per chiedergli cosa fosse quella storia. Secondo me, sarebbe stato suo dovere».

Che incontri avete avuto con le autorità Vaticano per cercare la verità?

«Ho bussato continuamente a tutte le porte possibili. E ho avuto anche delle risposte. Ho incontrato il segretario di Stato, che è stato molto disponibile. Insieme all’avvocato abbiamo presentato tante istanze per cercare risposte e ci sono stati una serie di incontri. Questa collaborazione speravo potesse iniziare e, forse, sta iniziando. Ma sono rimasto stupito da molte cose: ad esempio, 15 giorni dopo la sua elezione, ho incontrato Papa Francesco che seccamente mi ha detto “Emanuela sta in cielo”. E se lui mi ha detto questa frase, con l’inchiesta ancora aperta, vuol dire che sa qualcosa più di noi. E da quel momento, il muro si è alzato ancora più di prima. E quando io ho incontrato il segretario di Stato, persona molto sensibile a questa storia, e gli ho chiesto se aveva parlato con Papa Francesco, lui mi ha detto che da parte del Papa, su questa storia, c’è chiusura totale. Quindi, anche lui, come me, pensa che dietro questa vicenda c’è un peso così importante per l’immagine della Chiesa, che non si riesce a far emergere la verità. Lui, allargando le braccia, mi ha detto che è una ‘situazione molto complicata’. Ma questo lo sapevo, altrimenti non sarebbe durata 35 anni».

Hai avuto incontri più recenti in Vaticano?

«Anche da parte della Gendarmeria c’è disponibilità. Ho incontrato delle persone che sembrano disponibili ad arrivare a una verità. Io, come ho detto recentemente, anche al cardinale Parolin, penso sia importante anche per la Santa Sede arrivare a una verità.Qualunque essa sia. Perché questo loro comportamento, non fa altro che aumentare i dubbi da parte dell’opinione pubblica».

Pensi che Villa Giorgin sia la risposta a questa apertura?

«In questo ultimo periodo, io e l’avvocato abbiamo cercato di fare indagini per conto nostro. Abbiamo preso informazioni e, nell’istanza che abbiamo presentato, abbiamo avuto delle segnalazioni da alcune fonti importanti su un luogo dove poteva essere sepolto il corpo di Emanuela: che però è all’interno delle mura. Per questo la notizia mi ha colpito fino a un certo punto. Mi ha colpito il fatto che stavano facendo una cosa senza avvisarci. Poi ho saputo che si trattava di un altro luogo».

Qual è questo luogo che ti hanno indicato?

«É dento le mura, ma su questo luogo vorrei ancora delle risposte. Spero che arrivino il prima possibile».

Adesso il dubbio è che le ossa ritrovate in Vaticano possano appartenere ad Emanuela Orlandi; queste le parole del fratello Pietro:

Aspettiamo che le analisi preliminari diano un risultato e da lì si potranno comparare con il DNA di Emanuela. Dovessero essere le sue ossa, per me non sarebbe una gioia: perché Emanuela, mia sorella, morirebbe in quel momento. Ma se quella fosse la verità, sarebbe giusto farla venir fuori. Certamente non finirebbe lì, però: Emanuela non è andata lì da sola. Qualcuno ce l’ha portata.