Nel giorno della commemorazione della strage di via D’Amelio dove il 19 luglio del 1992 morì Paolo Borsellino e la sua scorta (gli agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina) il pm antimafia Nino Di Matteo ne ha per tutti, dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Csm, fino all’ex premier Silvio Berlusconi.

“Il Pd discute le riforme con un partito fondato da un colluso con Cosa nostra”, ha dichiarato Di Matteo in riferimento all’alleanza per le riforme tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, “In una sentenza definitiva della Corte di Cassazione è accertato che un partito politico, divenuto forza di governo nel 1994, ha poco prima annoverato tra i suoi ideatori e fondatori un soggetto da molto tempo colluso con gli esponenti di vertice di Cosa Nostra e che da molti anni fungeva da intermediario consapevole dei loro rapporti con l’imprenditore milanese che di quel partito politico divenne, fin da subito, esponente apicale. Oggi questo esponente politico (dopo essere stato a sua volta definitivamente condannato per altri gravi reati), discute con il Presidente del Consiglio in carica di riformare la legge elettorale e quella costituzione alla quale Paolo Borsellino aveva giurato quella fedeltà che ha osservato fino all’ultimo suo respiro”.

Parole dure quelle del pm che hanno scatenato le polemiche politiche. Luca d’Alessandro di Forza Italia sul pm palermitano ha detto: “è l’esempio della parte peggiore della magistratura, che approfitta di ogni occasione per svolgere un ruolo politico”, e Fabrizio Cicchitto (Ncd) lo ha definito come “un mediocre imitatore di Ingroia”.

Il magistrato è stato critico anche nei confronti del Consiglio Superiore della Magistratura e Giorgio Napolitano: “Non si può assistere in silenzio al preminente tentativo di trasformare il magistrato inquirente in un semplice burocrate inesorabilmente sottoposto all’arbitrio del proprio capo, di quei dirigenti degli uffici sempre più spesso, purtroppo, nominati da un Csm che rischia di essere schiacciato e condizionato nelle sue scelte di autogoverno dalle pretese correntizie e politiche e dalle indicazioni sempre più strigenti del suo presidente”.