Pokémon Go può cambiarci la vita? Fra serietà e cretinate vale la pena interrogarsi, ad appena un paio di settimane dall’esplosione della nuova febbre (che sta succhiando, oltre alla vostra batteria, anche il traffico alle app più potenti, da Facebook a Twitter), su quali siano le conseguenze effettive, concrete e reali che il giochino sviluppato da Niantic per Nintendo sta avendo sulla nostra esistenza.

L’eroe della situazione – o anche il principe degli imbecilli, dipende da come la si pensi, comunque il paradigma di questi giorni – è il 24enne neozelandese Tom Currie, ormai una celebrità globale. Barista all’Hibiscus Coast Cafè di Auckland, ha deciso di mollare tutto per girare il Paese alla ricerca delle bestiole. “Ho sempre saputo che un giorno saresti diventato famoso” gli ha scritto il padre in un sms. Questo la dice lunga sulla salute mentale dell’intero nucleo familiare.

Stranezze a parte, secondo alcuni medici Pokémon Go starebbe raggiungendo i risultati che Fitbit e compagnia, cioè montagne di fitness tracker sportivi e gadget indossabili, non sono riusciti a raggiungere: farci alzare il sedere dal divano e spedirci in giro. A camminare. Dunque a fare attività fisica. In definitiva a farci del bene. Questo gioco sul telefonino combatte un pericolo dei nostri tempi: la sedentarietà, spingendo i giovanissimi ad uscire all’esterno e a muoversi” ha detto all’Adnkronos un pediatra milanese, Italo Farnetani. Colleghi da ogni parte del mondo si collocano sulla sua linea, impreziosita dal fatto che bambini e soprattutto adolescenti “giocando si divertono, si sentono uguali fra loro e trovano un momento di aggregazione scambiandosi suggerimenti e condividendo trucchi e risultati”. Devo dire che proprio ieri ho incrociato, in una grande arteria di Roma, due ragazzini che non avranno avuto più di una decina d’anni raccontarsi quali bestiole avessero fatto evolvere e come. Per dire.

E se a sorridere sono anche i gestori di negozi e alberghi che hanno avuto la fortuna – ma presto, vedrete, si spalancherà un mercato floridissimo che incrocerà marketing, comunicazione e commercio – di ritrovarsi un PokéStop sotto la reception, alcune ragioni raccolte per esempio su Whisper, il social network anonimo, danno l’idea di quanto in profondità si possa arrivare quando il contesto digitale è quello giusto. Dai ragazzini che hanno più voglia di uscire con la mamma – perché non resistono alla tentazione di fare un giro per acciuffare qualche mostriciattolo in più – a chi dichiara che, finalmente, ha un motivo per rimanersene attaccato al display proprio come il partner fa da sempre fino a chi festeggia l’anniversario andandosene a caccia di mostri o chi ha spinto un genitore anziani a scaricare il giochino, trovando così un punto di contatto generazionale dopo anni.

Curiosamente, c’è anche qualcuno che ha parlato di effetti più profondi, legati per esempio alla lotta contro l’ansia sociale e l’agorafobia. Nel senso che Pokémon Go avrebbe spinto molte persone – anche depresse – a chiudersi la porta di casa alle spalle e a rituffarsi dopo tanto tempo nel mondo reale. Pensate, proprio grazie a un’app che ha per protagonisti fantasiosi esserini vecchi di vent’anni. Si tratta ovviamente di sensazioni, pensieri affidati ai social network, privi di fondamento scientifico. Ma in fondo quello che conta è ciò che si prova nel proprio intimo e – al netto delle mezze bufale o degli allarmismi, dal cadavere ritrovato nel fiume all’adescamento dei minori – se Pikachu e compari riescono a produrre qualcosa di positivo, ben venga questa curiosa mania da cacciatori di animaletti. Con buona pace della Peta, che ha trovato da ridire – non senza qualche buona ragione – anche sulla crudeltà digitale nei confronti di Bulbasau e selvatici personaggi. In fondo non sono altro che strani animali catturati e fatti combattere l’uno contro l’altro.

Sul canale di Reddit dedicato al videogame c’è per esempio la storia, chissà se reale o inventata, di un uomo che dice di pesare 140 chili e che per giunta lavora da casa. Dall’11 luglio sostiene di aver già percorso circa 10mila passi al giorno e diversi chilometri: “Grazie Pokémon Go per avermi cambiato la vita”. Testimonianze simili se ne trovano ovunque. Altre raccontano per esempio che “la camminata di 25 minuti per tornare a casa dal lavoro si è trasformata in un’ora e mezza di gradevole passeggiata, con un’esplorazione dei dintorni procedendo a zig zag”. Su VentureBeat c’è invece una scenetta familiare: “Ho visto cambiamenti a cominciare dalla mia famiglia – scrive Dean Takahashi – sono il solo giocatore a casa, nonostante i miei figli abbiano giocato a lungo con i Pokémon sui Nintendo 3DS. Ma la notte scorsa quattro di noi sono usciti per una passeggiata in un grande parco pubblico vicino casa. Abbiamo ignorato gli orari di chiusura per cercare PokéStop. Era la seconda passeggiata della giornata per i bambini e la terza in una settimana per me in loro compagnia. Entrando ci siamo imbattuti in due gruppi di persone che uscivano dal parco e uno di loro ci ha detto che c’era un Jigglypuff proprio dietro l’angolo”.

Che sia realtà aumentata o diminuita, sta a ciascuno di noi deciderlo. Rimane il fatto che il fenomeno vada ben al di là delle pur comprensibili polemiche e che non sia al momento trascurabile. Neanche volendo.