Non accenna a placarsi la bufera politica che ha investito il ministro Giuliano Poletti dopo le parole pronunciate in merito ai cosiddetti “cervelli in fuga” durante un colloquio con alcuni giornalisti.

Nel suo discorso il ministro aveva provato a “correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei ‘pistola’. Permettetemi di contestare questa tesi”.

Ma a fare più scalpore era stata la frase successiva, dai toni decisamente più forti: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”.

Dopo la richiesta di dimissioni arrivata da più lati, oggi sotto i riflettori dei social network e di parte della stampa c’è il carriera del figlio del ministro, Manuel Poletti, scrutinata come se potesse avallare o smentire le dichiarazioni incriminate.

Sotto accusa ci sono infatti i finanziamenti pubblici ottenuti dal giornale diretto da Poletti jr., Sette Sere Qui, settimanale che si interessa della zona tra Faenza, Ravenna e Cervia e che viene edito dalla Cooperativa Giornalisti Media Romagna, presieduta sempre dal figlio del ministro. Sono quasi 500mila euro che nel corso dei tre anni sono finiti nelle casse del quotidiano come contributo pubblico alla stampa

Questi infatti ha seguito in un certo senso il percorso del padre, che ha iniziato proprio dal mondo delle cooperative, prima di varare il Jobs Act. Manuel ha iniziato a lavorare come corrispondente dell’Unità da Imola, per poi assumere la direzione di alcuni settimanali legati alla Legacoop, associazione che il padre aveva guidato tra il 2002 e il 2014.

Nel frattempo arriva la richiesta di una mozione di sfiducia ai danni del ministro Poletti depositata alla Camera dal Movimento 5 Stelle, cui fa eco la richiesta di dimissioni avanzata da Stefano Fassina di Sinistra Italiana.