In campo letterario, non esiste tema che abbia generato più opere della guerra: essa è da sempre una delle grandi matrici del discorso narrativo. Sulle battaglie, sugli eroi, sulle conquiste e sulle sconfitte si è costruita, nel corso dei secoli, una buona fetta del nostro immaginario.

Oggi ricorre il centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale, una delle più grandi carneficine della storia umana e uno dei conflitti più raccontati. Ecco allora i nostri consigli di lettura per orientarsi all’interno di una produzione davvero smisurata.

Del 1929 è Niente di nuovo sul fronte occidentale  di Enrich Marie Remarque, uno tra i più noti inni al pacifismo scritti nel Novecento. Il protagonista è Paul Baumer, studente tedesco di buona famiglia che decide di partire per la guerra credendo di andare incontro a un’avventura eroica destinata a ricoprirlo di onori. Ma la realtà è ben diversa: la morte dei suoi compagni, caduti uno dopo l’altro sotto il fuoco nemico e l’alienante vita di trincee lo porteranno ben presto a ricredersi.

Dello stesso anno, altro capolavoro è Addio alle armi, scritto da Ernest Hemingway ispirandosi alla sua esperienza di paramedico presso il fronte italiano nel 1917. Conducente di autoambulanze militari, Frederic Henry è un giovane americano spinto al fronte italiano da una romantica visione del conflitto. Scoprirà però ben presto che la realtà della guerra è molto meno affascinante di quello che aveva creduto: nella primavera del ‘17 Frederic conosce una giovane infermiera inglese, Catherine Barkley. Tra i due nasce un rapporto che si fa rapidamente intenso e passionale. Nel frattempo la guerra si protrae e centinaia di migliaia sono i soldati morti, mentre la vittoria è ancora lontana, nonostante la propaganda. Il 24 ottobre del 1917 l’Italia vive quindi la disfatta di Caporetto. Il gruppo di ambulanze di Frederic è travolto dalla massa di soldati in caotica ritirata, tanto che gli autisti devono abbandonare i mezzi. Frederick riesce quindi avventurosamente a raggiungere Catherine e i due decidono di abbandonare l’Italia.

Scritto nel 1936, apparso per la prima volta in Francia nel ’38 e poi in Italia nel 1945, è “Un anno sull’altopiano” di Emilio Lussu, grande soldato italiano. Un libro che ancora oggi rappresenta una delle maggiori opere che la nostra letteratura possegga sulla Grande Guerra. L’Altipiano è quello di Asiago, l’anno dal giugno 1916 al luglio 1917. Un anno di continui assalti a trincee inespugnabili, di battaglie assurde volute da comandanti imbevuti di retorica patriottica e di vanità, di episodi spesso tragici e talvolta grotteschi, attraverso i quali la guerra viene rivelata nella sua dura realtà di “ozio e sangue”, di “fango e cognac”. Con uno stile asciutto e a tratti ironico Lussu mette in scena una spietata requisitoria contro l’orrore della guerra, descrivendo con forza e autenticità i sentimenti dei soldati, i loro drammi, gli errori e le disumanità che avrebbero portato alla disfatta di Caporetto.

Doverosa poi una citazione a “Il buon soldato Sc’vèik” di Jaroslav Hasek, romanzo ispirato al personaggio da lui creato e comparso per la prima volta nel 1912 in “Il bravo soldato Švejk e altre strane storie”. Rimasto interrotto per la morte del suo autore nel 1923 (a causa della tubercolosi contratta durante la guerra) il romanzo fu pubblicato in quattro tomi dal 1921 al 1923. L’opera di Hašek è oggi tradotta in più di 120 lingue e si colloca nell’ambito della letteratura antimilitarista e ribelle sviluppatasi negli anni che intercorsero tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. “Una grande epoca esige grandi uomini. Vi sono degli eroi ignorati e oscuri… l’esame della cui indole darebbe ombra perfino alla gloria d’Alessandro Magno. Oggigiorno si può incontrare per le vie di Praga un uomo trasandato, che non sa quanta importanza abbia avuto la propria opera nella storia di un’epoca grande e nuova come questa. Egli percorre tranquillamente la sua strada, senza che nessuno gli dia noia e senza dar noia a nessuno, e senza essere assediato da giornalisti che gli chiedano un’intervista. Se gli domandaste come si chiama, vi risponderebbe con l’aria più semplice e più naturale del mondo: ‘lo son quello Sc’vèik …‘” Con queste parole l’autore presentava l’umile e grottesco eroe del suo romanzo, il bonario allevatore e mercante di cani, strappato alle sue pacifiche occupazioni e mandato a combattere in difesa dell’impero austro-ungarico nella prima guerra mondiale. Preso nel vortice di avvenimenti che vanno molto oltre le sue capacità di comprensione, Sc’vèik si destreggia con un misto d’ingenuità e di furbizia, forte di quella sua obbedienza assoluta alla lettera degli ordini ricevuti che porta all’assurdo e dissolve nel ridicolo ogni autorità. Nel buon soldato Sc’vèik i lettori di tutto il mondo hanno riconosciuto un eroe sovrannazionale, il campione di un irriducibile pacifismo e antimilitarismo e un simbolo dell’inalienabilità dei diritti dell’individuo contro ogni tutela e usurpazione dittatoriale.

Non ha nulla di buffo ha invece il rapporto tra gli scrittori italiani e la Grande guerra: gran parte della nostra migliore letteratura novecentesca, si può dire, è nata in trincea. Lì, nei momenti di pausa dei combattimenti, Ungaretti e Rebora davano vita ad una poesia scritta nell’emergenza e che l’emergenza doveva restituire. Una poesia che è riuscita a dar voce ed espressione alla drammaticità dell’esperienza della Prima Guerra Mondiale ed, in modo peculiare, al senso di precarietà della condizione umana in tale situazione. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” scriveva Ungaretti, esperienza confluita  nella sua prima raccolta di liriche “Il Porto Sepolto” (poi inclusa in “Allegria di naufragi”).

Altri noti scritti di guerra sono:

Giornale di guerra e di prigionia, Carlo Emilio Gadda (Garzanti). Forse il più enigmatico tra i libri di memorie dei soldati della Grande Guerra. Tratto dai famosi taccuini scritti dal sottotenente degli alpini Carlo Emilio Gadda tra il 24 agosto 1915 e il 31 dicembre 1919, viene pubblicato solo nel 1955, a quasi quarant’anni dalla fine del conflitto.

Le origini della guerra, Luigi Albertini (Editrice Goriziana). Oppositore del fascismo, negli ultimi anni della sua vita Albertini si dedicò alla compilazione di un ampio studio in tre volumi dedicato all’analisi dettagliata della cause dello scoppio della Prima guerra mondiale; ancora oggi il più autorevole, documentato e completo lavoro storiografico dedicato all’argomento.

1914 Come la luce si spense sul mondo di ieri, Margaret MacMillan (Rizzoli). “La luce si sta spegnendo su tutta Europa e non la vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita“: sir Edward Grey, segretario di Stato inglese per gli Affari esteri, percepì con chiarezza le dimensioni della crisi che nel giro di pochi giorni, di poche ore, avrebbe portato il continente europeo sull’orlo della catastrofe. Ma lo scoppio del conflitto, nell’agosto 1914, non fu che l’ultima maglia di una lunga catena di eventi, il momento che racchiuse – comprimendole – inquietudini e aspirazioni di un’epoca intera. Insieme ai profondi mutamenti sociali, culturali e tecnologici che trasformarono la natura della civiltà europea tra Ottocento e primo Novecento, l’autrice ripercorre gli antefatti, le tensioni accumulate, le scelte contingenti, spesso dovute a fraintendimenti, debolezze, ripicche tra politici e generali: il risultato è una ricostruzione, capillare e brillante, di un’ora fatale dell’umanità.

I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla grande guerra, Cristopher Clark (Laterza). 1914. Re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali: chi aveva le leve del potere era come un sonnambulo, apparentemente vigile ma non in grado di vedere, tormentato dagli incubi ma cieco di fronte alla realtà dell’orrore che stava per portare nel mondo. “Ci sono molti libri sulla prima guerra mondiale, ma pochi illuminanti come questo. Clark indaga ogni dettaglio, ma è particolarmente acuto sulle cause balcaniche del conflitto.” Financial Times

I cannoni d’agosto, Barbara Tuchman (Bompiani). Universalmente riconosciuto come il capolavoro di una grande storica, Barbara Tuchman ci fa rivivere quei terribili giorni del 1914 in cui l’Europa compì il suo assurdo suicidio e annientò milioni di vite sui campi insanguinati della prima guerra mondiale.

La prima guerra mondiale e la memoria moderna, Paul Fussell (Il Mulino). Considerato ormai un classico, ha esercitato un’influenza decisiva nel rinnovamento del modo di considerare la prima guerra mondiale e il peso da essa avuto sul XX secolo. Non è una storia del conflitto, non un esame dei suoi aspetti politici o militari: ricorrendo a una ricca messe di testimonianze letterarie, Fussell pone al centro la vita concreta dei soldati e mostra come la trincea e la battaglia, le esperienze estreme dell’uccidere e del morire incidano sui modi stessi della percezione e lascino una traccia duratura nelle strutture emotive e intellettuali dell’uomo contemporaneo.

L’officina della guerra. La grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Antonio Gibelli (Bollati Boringhieri). Indagare sul processo di adattamento di milioni di uomini alla realtà della Grande Guerra – una guerra smisurata, radicalmente nuova, la prima guerra tecnologica di massa – è l’obiettivo che si pone l’autore per capire il primo conflitto mondiale e i mutamenti che segnarono l’avvento della modernità. Ciò di cui milioni di uomini fecero simultaneamente esperienza tra il 1914 e il 1918 non era infatti solo la guerra, ma il mondo moderno.

La guerra bianca, Mark Thompson (Il Saggiatore). Un libro che restituisce il pathos degli assalti alle trincee, ripercorre con sobrietà e precisione l’epica del fronte italiano, mette a nudo la foga nazionalistica e gli intrighi politici che hanno preceduto il conflitto. Tra le pagine del libro, le esperienze di guerra di una grande generazione di scrittori schierati su fronti opposti: Ungaretti, Hemingway, Kipling e Gadda.

La bellezza e l’orrore. La grande guerra narrata in diciannove destini, Peter Englund (Einaudi). La Prima guerra mondiale fu un’immane catastrofe, un evento epocale che provocò la morte di milioni di persone e segnò la fine di un assetto politico da molti considerato eterno. Peter Englund la ripercorre seguendo il destino di diciannove persone, per lo più sconosciute, che il conflitto priverà della gioventù, lasciandole spoglie di ogni illusione e speranza. Una grandiosa ricostruzione storica e una toccante testimonianza letteraria.

La guerra nelle montagne, impressioni dal fronte italiano, R. Kipling (Passigli). «Mai prima d’ allora avevo avuto l’ onore di conoscere un corpo più allegro di giovani scapestrati, con il carattere tosto, l’ aspetto curato e lo sguardo inflessibile». Così il celebre Rudyard Kipling descriveva i nostri alpini in occasione della sua visita al fronte italiano nella primavera del 1917, durante la Prima guerra mondiale. Uno straordinario documento in presa diretta della vita al fronte di quei giorni, testimonianza ben nota in Gran Bretagna (l’ ha ricordata la regina Elisabetta II durante una visita a Roma), ma quasi sconosciuta in Italia, che forse sarebbe il momento di scoprire.

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