Sono trascorsi 100 anni da quel tragico 28 luglio quando, con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia, ebbe inizio il primo conflitto mondiale.

Lo scoppio della guerra segnò la fine di quel lungo periodo di pace e sviluppo economico noto come “Belle Époque”, ponendo termine anche a uno dei più lunghi periodi di stabilità politica europea. Le conseguenze che ne scaturiranno furono devastanti. 10 milioni di morti, 20 milioni di feriti e la ridefinizione dell’ordine mondiale. Il continente europeo, che era stato il cuore pulsante del mondo, realizza con la guerra la sua autodistruzione avviandosi verso una decadenza economica, politica e culturale, premessa alla successiva Seconda guerra mondiale.

Cerchiamo quindi di ricostruire cosa accadde in quei giorni cruciali, e quali che furono i principali attori dell’inferno che di li a poco si sarebbe scatenato.

Il 28 giugno 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono d’Austria-Ungheria, e la moglie Sophie Chotek von Chotkowa, recatisi a Sarajevo in visita ufficiale, furono uccisi da alcuni colpi di pistola sparati dal nazionalista diciannovenne serbo Gavrilo Princip (NE ABBIAMO PARLATO QUI). Da questo avvenimento scaturì la crisi diplomatica che infiammò le tensioni latenti in Europa, decretando così l’inizio della guerra.

E’ il 23 luglio 1914, quando l’ambasciatore austriaco, il barone Wladimir Giesl Freiherr von Gieslingen, consegna al governo serbo l’ultimatum dell’Austria, in attesa di una risposta che sarebbe dovuta pervenire entro e non oltre le ore 18:00 del 25 luglio.

Dopo una lunga premessa nella quale l’Austria accusava la Serbia di aver disatteso la dichiarazione d’intenti rivolta alle grandi potenze alla fine della crisi bosniaca, il governo di Vienna intimava a quello di Belgrado di far pubblicare sulla “Rivista ufficiale” serba del 26 luglio una nuova dichiarazione, di cui riportava il testo. Essa impegnava la Serbia a condannare la propaganda anti-austriaca, riconosceva la complicità di funzionari e ufficiali serbi nell’attentato di Sarajevo e impegnava Belgrado a perseguire per il futuro con il massimo rigore tali macchinazioni.

Il governo serbo si doveva impegnare inoltre: « 1. A sopprimere qualsiasi pubblicazione che inciti all’odio e al disprezzo nei confronti della monarchia austro-ungarica […]; 2. A sciogliere immediatamente la società denominata Narodna Odbrana e confiscarne tutti i mezzi di propaganda, nonché a procedere in ugual modo contro altre società e loro branche in Serbia coinvolte in attività di propaganda contro la monarchia austro-ungarica [...]; 3. A eliminare senza ulteriore indugio dalla pubblica istruzione del proprio paese [...] qualunque cosa induca o potrebbe indurre a fomentare la propaganda contro l’Austria-Ungheria; 4. A espellere dall’apparato militare e dalla pubblica amministrazione tutti gli ufficiali e i funzionari colpevoli di propaganda contro la monarchia austro-ungarica i cui nomi e le cui azioni il governo austro-ungarico si riserva il diritto di comunicare al Regio governo [serbo]; 5. Ad accettare la collaborazione in Serbia di rappresentanti del governo austro-ungarico per la soppressione del movimento sovversivo diretto contro l’integrità territoriale della monarchia [austro-ungarica]; 6. Ad adottare misure giudiziarie contro i complici del complotto del 28 giugno che si trovano sul territorio serbo; delegati del governo austro-ungarico prenderanno parte all’indagine a ciò attinente; 7. A provvedere con la massima urgenza all’arresto del maggiore Voijslav Tankošić e di un funzionario serbo a nome Milan Ciganović, che i risultati delle indagini dimostrano coinvolti nella cospirazione; 8. A prevenire con misure efficaci la cooperazione delle autorità serbe al traffico illecito di armi ed esplosivi oltre frontiera, a licenziare e punire severamente i funzionari dell’ufficio doganale di Schabatz e Loznica, rei di avere assistito i preparatori del crimine di Sarajevo agevolandone il passaggio oltre frontiera; 9. A fornire all’Imperial regio governo [austro-ungarico] spiegazioni in merito alle ingiustificate espressioni di alti ufficiali serbi […] i quali [...] non hanno esitato sin dal crimine del 28 giugno a esprimersi pubblicamente in termini ostili nei confronti del governo austro-ungarico; 10. A notificare senza indugio all’Imperial regio governo [austro-ungarico] l’adozione delle misure previste nei precedenti punti.»

Ultimato definito dall’allora ministro degli esteri inglese Edward Grey: “il documento più duro che uno Stato abbia mai indirizzato ad un altro Stato” ed al quale il disperato reggente di Serbia Alessandro Karađorđević non vide «possibilità di aderire interamente per uno Stato che abbia un minimo di dignità».

Seguirono ore frenetiche: il Primo ministro serbo Nikola Pašić e i suoi colleghi lavorarono giorno e notte, indecisi tra l’accettazione passiva dell’ultimatum e la tentazione di aggiungere condizioni o riserve che potessero consentire di sfuggire alle richieste di Vienna. Alle ore 15 del 25 luglio si procedette alla mobilitazione dell’esercito serbo, e tre ore dopo, a soli due minuti dalla scadenza dell’ultimatum, ci fu la consegna della risposta all’ambasciatore von Gieslingen: «Abbiamo accettato parte delle domande… Per il resto ci rimettiamo alla lealtà ed alla cavalleria del generale austriaco» queste le storiche parole che accompagnarono l’atto.

Nessuna riserva fu fatta da Belgrado ai punti 8) e 10); i punti 1), 2) e 3) vennero parzialmente accettati; ma le risposte date ai punti 4), 5) e 9) erano concepite in modo da eludere le domande dell’ultimatum. Quanto al punto 7) i serbi risposero che non era stato possibile procedere all’arresto di Milan Ciganović, che invece era stato fatto allontanare proprio dalle autorità serbe. Negativa, infine, la risposta al punto 6), la partecipazione cioè del governo austro-ungarico alle investigazioni sull’attentato del 28 giugno. Tale richiesta, oltre ad essere lesiva della sovranità della Serbia, presentava infatti il pericolo che si facesse piena luce sull’attività della Mano Nera e dei suoi temuti dirigenti.

Quello stesso 25 luglio, al diffondersi della notizia della rottura delle trattative fra Austria e Serbia, a San Pietroburgo lo Stato Maggiore russo avviò il “periodo di preparazione alla guerra” (primo passo per la mobilitazione) e a Parigi il governo francese richiamò segretamente in servizio i propri generali.

Alle ore 12 del 28 luglio, un telegramma con la dichiarazione di guerra partì per Belgrado, l’Austria dichiarò ufficialmente guerra alla Serbia, confidando nell’appoggio tedesco nel caso in cui il conflitto si fosse esteso. Era iniziata la prima guerra mondiale.

A un mese dall’attentato di Sarajevo, l’Ungheria dichiarava guerra alla Serbia, innescando un effetto domino che nel giro di 15 giorni avrebbe portato tutte le principali potenze europee alla guerra. Sebbene le autorità di Belgrado, pur di evitare lo scontro armato ed il sicuro annientamento, si fossero mostrati disponibili ad accettare gran parte delle clausole, la risposta fu ritenuta insoddisfacente e così l’Austria, dopo essersi assicurata l’appoggio dell’impero tedesco, il 28 luglio 1914, dichiarò guerra, scatenando l’inferno in un Europa allora caratterizzata da delicati meccanismi di alleanza militare tra i vari stati, figli delle tensioni maturate negli anni precedenti: se gli austro-ungarici erano forti del legame con il reich tedesco di Guglielmo II, a difesa della Serbia scesero in campo la Russia zarista e la Francia, mentre l’Italia, legata agli imperi centrali da un trattato difensivo e che dunque prevedeva l’intervento solo in caso di aggressione, appellandosi al fatto che era stata l’ Austria ad attaccare si dichiarò inizialmente neutrale.

La guerra si sarebbe conclusa solo quattro anni dopo, l’11 novembre 1918. Oltre 70 milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo, per quello che divenne in breve tempo il più vasto conflitto della storia. Quattro anni dopo i maggiori imperi esistenti al mondo (tedesco, austro-ungarico, ottomano e russo) cessarono di esistere, e da questi nacquero diversi stati che ridisegnarono completamente la geografia dell’Europa.

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