Nonostante l’affluenza alle primarie Pd di domenica 30 aprile sia stata maggiore rispetto a quanto preventivato, con circa 2 milioni di elettori, ugualmente si è registrato un calo notevole di voti rispetto al 2013, quando ci furono 800mila cittadini in più a esprimere la propria preferenza.

Nel frattempo il comitato Orlando sta contestando le cifre ufficiose diffuse dalla stampa, per quanto non si parli di rovesciamenti di fronte inaspettati.

A essere imprevisto è invece il dissanguamento elettorale avvenuto nelle regioni tradizionalmente di sinistra quali Emilia Romagna e Toscana, dove è stata avvertita con più forza la scissione interna al Pd, con conseguente disaffezione (per quanto abbia comunque trionfato Matteo Renzi).

Per esempio in Toscana il numero degli elettorali è quasi dimezzato, passando dai 393mila del 2013 ai 210mila odierni; lo stesso anche in Emilia Romagna (da 415mila a 216mila) e in Umbria (da 71mila a 41mila). Abbandono anche a Roma, dove dei 150mila del 2013 si sono visti ritornare solo 77mila cittadini.

Lo stesso fenomeno è stato riscontrato anche al Nord, con l’eccezione della Lombardia, che ha contenuto il calo (da 377mila a 226mila), mentre il Sud ha visto vincere Renzi ma con percentuali minori, mentre la partecipazione è stata maggiore. In aumento per esempio gli elettori di Puglia (151mila al posto di 123mila), Abruzzo (45mila invece che 40mila) e Basilicata (da 32mila a 41mila). In particolare la Puglia è stata l’unica regione a vedere trionfare Michele Emiliano, che ha guadagnato il 62% delle preferenze contro il 32% di Renzi

Dati con cui il Pd dovrà fare i conti, visto che nonostante i proclami sembrano descrivere una sfiducia del Paese nei confronti dello strumento democratico delle primarie.