La carta stampata, la televisione, i mezzi di comunicazione classici, quelli che dovrebbero raccontarci le verità, che dovrebbero informarci senza bavagli, sena piegarsi a logiche politiche ed economiche non sembrano riuscire più ad assolvere a pieno il loro compito. L’informazione, quella vera, ora naviga anche – a volte soprattutto - nel world wide web, e ha la voce e le mani dei blogger, dei ragazzi, dei frequentatori assidui dei social network. Le comunità virtuali non sono mondi a parte: talvolta sono più reali di ciò che i media canonici ci fanno vedere. La Primavera Egiziana, ad esempio, è nata su Internet. Ma nessuno ce l’ha mai raccontato.

Dobbiamo cercare la verità, possiamo farlo solo in autonomia, e piccole realtà, comunque forti, come la Casa della Cultura di Milano esistono, fortunatamente, per dare la possibilità a tutti di far luce su ciò che ci viene nascosto. “Le voci di piazza Tahrir”, ad esempio. Il libro di Vincenzo Mattei, blogger e giornalista che ha vissuto sulla sua pelle la rivoluzione iniziata nel 2010 contro il dittatoriale governo di Mubarak,  dopo la caduta di quest’ultimo proseguita contro l’esercito del governo, e ancora in atto per placare la smania di potere anticostituzionale del nuovo governatore Morsi.

Insieme a Mattei, Wael Farouq esponente di rilievo della cultura egiziana e docente di Scienze Islamiche alla Facoltà Copto-Cattolica di Sakakini di Il Cairo. Insieme raccontano di come i giovani sono scesi in piazza, hanno iniziato a combattere per la liertà. Hanno raccontato di Khaled Said, blogger 28enne originario della città costiera di Alessandria, il primo martire della primavera egiziana: torturato fino alla morte per mano di due poliziotti che volevano perquisirlo in base a quanto consente la legge d’emergenza. Mentre Khaled chiedeva la motivazione o l’esibizione di un mandato, gli agenti l’hanno ucciso. Qualche giorno prima Khaled aveva postato sul suo blog il video di alcuni poliziotti che spacciavano droga.

Siamo tutti Khaled Said è la pagina di Facebook creata dopo l’episodio per condannare la brutalità della polizia. L’autore della pagina ha scritto quanto segue, in arabo e inglese:

“ Questa è la tragica storia di un giovane brutalmente ucciso! Perché? Perché si è rifiutato di essere trattato in maniera disumana da due poliziotti violenti, che non avevano alcun diritto di fare quanto stavano facendo, né di trattare le persone come animali considerandole cittadini di rango inferiore. La vicenda è iniziata il 7 giugno 2010, quando Khaled Saeed si è recato al suo abituale Internet cafè a Sidigaber … Poi, due poliziotti improvvisatisi investigatori – Mahmoud Alfallah e Awaad Elmokhber/il detective – si sono improvissamente introdotti nel cafè chiedendo ai presenti un documento di riconoscimento; ciò è totalmente al di fuori dei loro diritti e per giunta non avevano alcuna autorizzazione legale. Il ragazzo – Khaled – ha rifiutato quel trattamento disumano e per questo è stato aggredito violentemente. L’hanno riempito di calci al petto e al ventre, e gli hanno fracassato il cranio sbattendolo contro un ripiano di marmo davanti a tutte le persone e i testimoni presenti nel cafè, mentre Khaled sanguinava. Poi quei poliziotti inferociti hanno sequestrato Khaled, costringendolo a salire con la forza su un veicolo della polizia per continuare a essere torturato fino alla morte in una stazione di polizia. Alla fine, il suo corpo è stato gettato per strada per simulare un’aggressione di sconosciuti ed evitare responsabilità nell’accaduto“.

La reazione dei suoi amici e colleghi blogger è stata silenziosa, pacifica, per la polizia egiziana destabilizzante: accordandosi grazie ai social network hanno aspettato gennaio, la festa nazionale della polizia che, per l’occasione, sfila in piazza Tahrir. Si sono ritrovati tutti lì, pronti a porgere dei fiori freschi alle forze dell’ordine. Un gesto educato, rispettoso, uno schiaffo morale contro le barbarie che non soltanto Khaled ha dovuto ingiustamente subire e che continuano ad essere all’ordine del giorno.