Sembra strano a dirsi, vista la sua longevità politica, ma sono già passati 8 anni da quel 15 maggio del 2006, quando Giorgio Napolitano (foto by InfoPhoto) giurava per la prima volta come presidente della Repubblica italiana, a cinque giorni dalla sua elezione, al quarto scrutinio, con 543 voti su 990 votanti, subentrando al presidente uscente Carlo Azeglio Ciampi. Si trattava di una primizia assoluta per un ex esponente del Partito Comunista, benché Napolitano avesse già occupato cariche istituzionali importanti, come la presidenza della Camera durante lo sconquasso di Tangentopoli (1992-1994) e il ministero dell’Interno del primo Governo Prodi (1996-1998).

Come poi è accaduto nel 2013, anche nel 2006 il nome di Giorgio Napolitano non era dato tra quelli papabili all’ascesa al Quirinale. Il candidato dell’Unione, che aveva appena prevalso alle politiche, era infatti Giuliano Amato, mentre il Centrodestra spingeva per Gianni Letta. Circolarono altri nomi: D’Alema, Marcello Pera (!), Pier Ferdinando Casini (!!), Umberto Bossi (!!!), Anna Finocchiaro, più qualche personalità più o meno bipartisan come Emma Bonino, Lamberto Dini e, guarda un po’, Mario Monti. Al primo scrutinio prevalse Gianni Letta con 369 voti, insufficienti tuttavia a raggiungere la maggioranza dei due terzi del Parlamento richiesta. Al secondo si provò l’azzardo-Bossi, che naufragò con appena 38 voti e 724 schede bianche totali. Non andò meglio a Massimo D’Alema, anzi (31 voti, 770 schede bianche). Infine, al quarto scrutinio, Giorgio Napolitano ottenne 543 voti (nel frattempo il quorum a 505 voti). Sette anni dopo gli occorsero 6 scrutini e 738 voti per ottenere (o accettare, a seconda dei punti di vista) il suo secondo, storico mandato come presidente della Repubblica.