“Diritti in cambio di doveri”: è con questa formula che il Viminale ha presentato ieri il nuovo Piano nazionale per l’integrazione, quello che viene definito come “un vero progetto d’inclusione a lungo termine per garantire un’ordinata convivenza civile” rivolto ai migranti e in particolare ai profughi.

Nello specifico si tratta dei quasi 75mila titolari di protezione internazionale (di cui 27mila rifugiati), e non dei quasi 5 milioni di nuovi arrivati in Italia da altri Paesi: non i migranti economici, quindi, ma chi è impossibilitato a far ritorno al luogo d’origine per ragioni di grave entità.

A costoro l’Italia chiede la conoscenza della lingua, il rispetto della Costituzione, dei suoi valori non negoziabili (tra cui la parità di genere e la laicità dello Stato) e delle leggi, la partecipazione alla vita economica, culturale e sociale del Paese.

Dall’altra parte i doveri che si assume l’Italia sono quelli del trattamento di pari dignità rispetto ai cittadini italiani, il rispetto della libertà religiosa, l’accesso a percorsi di istruzione e formazione, al servizio sanitario e all’assegnazione di un alloggio .

Quello presentato è comunque un programma che non prevede sanzioni o imposizioni controproducenti, come specifica lo stesso testo, in cui si afferma che “il tentativo di imporre l’integrazione per via legislativa non sembra funzionale. Obbligare all’assimilazione rischia di causare processi di deculturazione degli stranieri, suscitando, soprattutto nelle seconde e nelle terze generazioni, la percezione di essere esclusi dal discorso pubblico”.

Il Piano si concentra sul dialogo interreligioso, e nello specifico sulla lotta all’islamofobia: in questo senso si avverte l’esigenza di formare e dialogare con gli Imam, con l’apertura di un Albo degli stessi, nonché di prevedere l’apertura ufficiale di luoghi di culto con un occhio particolare alla sicurezza, ovvero prevedendo “condizioni di totale trasparenza dei flussi finanziari”.

Non viene comunque dimenticata la situazione emergenziale in cui si trova l’Italia, né la priorità riservata alla sicurezza: “Il buon esito di questo modello di integrazione non può prescindere dalla capacità concreta di accoglienza dei territori, che non può essere illimitata. L’ingresso e la permanenza sul territorio italiano necessitano di essere inquadrati rigorosamente in una cornice di legalità, poiché è chiaro che l’afflusso massiccio irregolare di persone, e la gestione emergenziale non razionalizzata che ne deriva, si ripercuotono negativamente sulla possibilità di integrare”.