Mentre gli scavi archeologici di Pompei rischiano di essere inseriti nella lista nera dei monumenti a rischio, a partire dallo scorso weekend, torna pienamente fruibile al grande pubblico un pezzo importante del sito. Si tratta della Casa degli Amorini Dorati, riaperta dopo due anni di restauro per restituirle lo splendore  di inizio Novecento, quando gli interventi di scavo coordinati da Antonio Sogliano la riportarono alla luce.

L’edificio, un’abitazione signorile che occupa il lato meridionale dell’insula 16 della regione VI, è rinomata per gli affreschi ed i mosaici che documentano le varie fasi costruttive della domus, derivata dall’unione di due piccole dimore del III e II sec. a.C., unite alla metà del I sec. a.C. in un nuovo progetto edilizio molto più articolato, con la creazione di un grande e singolare peristilio con un lato scenograficamente sopraelevato.

La casa deve il nome ad alcuni dischi di vetro con foglia d’oro in cui erano incisa la figura di un Amorino, che decoravano la stanza da letto matrimoniale del proprietario, di cui resta in sito uno solo degli esemplari. Gli affreschi principali risalgono al cosiddetto Terzo stile pompeiano ed illustrano alcuni episodi della mitologia greca; danneggiati dal terremoto del 62 d.C., alcuni di essi vennero restaurati “in stile”, dato che dimostra l’interesse quasi antiquario del proprietario per la conservazione dei capolavori che ornavano la sua dimora. Molto significativi i due luoghi sacri della casa: un larario con colonnine in marmo in cui si rinvennero le statuette di Giove, Giunone e Minerva, Mercurio e dei due Lari, ora conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e un secondo larario dipinto con raffigurazioni delle divinità egizie Iside, Serapide, Arpocrate e Anubi e di vari strumenti di questo particolare culto, che aveva a Pompei molti seguaci.

I lavori di restauro, diretti da Carmela Mazza, hanno interessato il rifacimento delle coperture, la pulitura e il consolidamento delle pitture parietali che presentavano gravi distacchi dal paramento murario e problemi derivanti dall’umidità, il consolidamento delle cornici in stucco di Primo stile conservate in alcuni ambienti, la pulitura e il consolidamento dei pavimenti a mosaico e in cocciopesto. Infine è stato ripristinato il giardino al centro del peristilio e un piccolo giardinetto interno, tenendo in considerazione i dati di scavo e riproponendo la sistemazione a verde realizzata a seguito della prima campagna di rinvenimento, datata 1903-1905.

L’intervento in questione non rientra nel Grande progetto Pompei, ancora in fase di avvio, ma in un certo senso rappresenta un assaggio di ciò che si può fare ai piedi del Vesuvio per la tutela dell’area archeologica più famosa del mondo: tra il 2012 e il 2013 la Casa degli Amorini Dorati è stata interessata da un restauro finanziato dalla Soprintendenza con 248mila euro di fondi ordinari. La stessa domus, tra il 2002 e il 2003, aveva subito un precedente intervento per il consolidamento di strutture, soffitti e solai del valore di 420mila euro, sempre provenienti dai fondi ordinari e a cavallo tra le due fasi di restauro la Casa veniva aperta al pubblico soltanto su prenotazione, così da contingentare i flussi.

Gli ultimi interventi inseriscono a tutti gli effetti la villa tra le tappe imprescindibili di un tour a Pompei. «Non è certo la domus più grande e famosa del sito, – spiega la direttrice degli scavi Grete Stefani – ma la ricchezza e la raffinatezza delle decorazioni la rendono di notevole interesse per studiosi e visitatori».

Ma mentre la Casa degli Amorini Dorati risorge dalle proprie ceneri, un’altra domus, quella dei Vetti, tra le più importanti, è chiusa dal gennaio 2002, quindi da oltre 11 anni, per restauri che attualmente non sono in atto per motivi non noti ufficialmente, ma che vanno ricercati in progetti non sufficientemente supportati da adeguata previsione di spesa. L’ultimo cartello visibile fino a qualche anno fa (2010) posto prima sul cancello della casa e poi sulla barriera che delimitava la strada, indicava un restauro per un importo di 548mila euro con inizio 27 agosto del 2008 e termine 13 settembre 2009, ma la domus è ancora chiusa con erbacce che hanno infestato i giardini e tracce di evidente abbandono. Recentemente è stato riaperto il «vicolo dei Vetti», così i turisti possono sbirciare attraverso il cancello per guardare il famoso affresco che propizia fortuna e fertilità. E intorno il degrado e l’abbandono di un tesoro gettato alle ortiche. Si segnalano situazioni critiche anche alla casa di Efebo, quella di Trittolemo, nel Labirinto, alla domus delle nozze d’argento, alla casa di Marcus Lucretius, al Sacello Iliaco e alla domus di Siricus. A rischio inoltre molti affreschi che non sono in alcun modo difesi dall’umidità e dalla pioggia.

Oltre 105 milioni di euro dovranno essere spesi in restauri e consolidamenti. Ma bisogna fare presto: la commissione degli ispettori Unesco che hanno visitato l’area archeologica più volte tra il dicembre 2012 e il febbraio 2013, riunitasi negli scorsi giorni in Cambogia, ha lanciato un ultimatum all’Italia e al Mibac Campania, concedendogli solo i prossimi 24 mesi per risolvere i problemi che, da anni, attanagliano il sito archeologico di Pompei. Se per qualsiasi motivo, le iniziative in corso non riusciranno a fornire sostanziali progressi nei prossimi due anni, il Centro del Patrimonio Mondiale e gli Organi consultivi chiederanno al comitato di esaminare l’iscrizione di Pompei nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo già nel 2015. Un ultimatum che non va sottovalutato e che dovrebbe scuotere chi di competenza a prendersi le proprie responsabilità per salvare dal degrado un sito archeologico famoso in tutto il mondo e ancora visitatissimo dai turisti nonostante le condizioni in cui versa.