Il cargo russo Progress M-27M sta per colpire la Terra. Presto, anzi prestissimo, anzi è “questione di poche ore“, come ha spiegato Alessandro Rossi, dell’Istituto di Fisica applicata del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ifac-Cnr) di Firenze e membro del Coordinamento internazionale per il monitoraggio dei detriti spaziali (Iadc). Poco più di una settimana fa, il Centro di Controllo dei Voli Spaziali russo (CCVE) aveva perso i contatti con la navicella, priva di equipaggio, lanciata il 28 aprile verso la Stazione Spaziale Internazionale. Si era subito temuto che il cargo, fuori controllo, potesse penetrare nell’atmosfera terrestre tra il 7 e l’11 maggio, quindi il range era stato ristretto al periodo tra il 7 e il 9: e il momento sembra essere arrivato.

La navicella sta percorrendo un’orbita praticamente circolare attorno al nostro pianeta e attualmente si trova a circa 150km dall’atmosfera, ma la perdita progressiva di propulsione la sta avvicinando lentamente a noi. La situazione è in continua evoluzione e al momento è impossibile stabilire l’ora esatta dell’impatto e tantomeno il punto in cui trapasserà l’atmosfera, distruggendosi. Non solo, è altrettanto “impossibile escludere se l’Italia potrebbe essere interessata o meno dalla caduta di eventuali frammenti del cargo sopravvissuti all’impatto con l’atmosfera“, continua Rossi.

Per convenzione“, racconta Carmen Pardini dell’Isti-Cnr, “si dice che un oggetto rientra nell’atmosfera quando precipita a 120 km di quota. Da quel punto l’attrito dell’aria diventa sempre più significativo. In genere la struttura principale dei satelliti, dove è concentrata gran parte della massa, rimane intatta fino a 80 km di quota, dopo di che l’azione combinata di forze aerodinamiche e riscaldamento disintegra la struttura“. La zona di potenziale impatto dei frammenti comprende, di fatto, l’intero pianeta a parte i due poli, come racconta. “Potrebbero precipitare in qualunque località del pianeta compresa tra i 53 gradi di latitudine sud e nord. Facendo una valutazione generale sui rischi di rientro di oggetti dallo spazio e tenendo conto della distribuzione degli oceani e delle terre emerse, se i detriti si distribuissero su un arco di 800 km, la probabilità che cadano tutti in mare e nessuno sulla terraferma è del 62%. Ma se si disperdessero su un arco di 2.000 km, tale probabilità scenderebbe al di sotto del 50%”. 

Lungo oltre 7 metri e pesante circa 7 tonnellate, il cargo era stato lanciato dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, lo scorso 28 aprile, con lo scopo di trasportare cibo, acqua e materiale scientifico all’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale, manifesando quasi immediatamente dei problemi tecnici di comunicazione e trasmissione dati telemetrici. “Il destino dei vari pezzi dipende da composizione, forma, struttura, rapporto area-massa e momento di rilascio: gran parte si vaporizza ad alta quota“, conclude Carmen Pardini, “ma la caduta al suolo di frammenti solidi a elevata velocità, fino a qualche centinaio di km/h, è possibile“.