L’immagine più famosa delle proteste di Piazza Tienanmen, a Pechino, è anche una delle immagini più potenti della storia del XX secolo: un anonimo studente cinese, in seguito soprannominato il Rivoltoso Sconosciuto, che solo e disarmato affronta una fila di carrarmati, costringendoli a fermarsi, ed entrando al contempo nell’immaginario universale come simbolo di resistenza pacifica contro la tirannia. L’episodio è datato 5 giugno 1989 ed ebbe luogo in uno dei viali in prossimità di Piazza Tienanmen, ma le proteste che culminarono in quel gesto e che caratterizzarono tutta la cosiddetta “Primavera cinese” iniziarono il 15 aprile, esattamente 25 anni fa, quando un infarto si portò via il segretario generale del Partito Comunista, Hu Yaobang.

Hu apparteneva alla corrente riformista ed era caduto in disgrazia da un paio di anni per volontà del leader Deng Xiaoping. Quando gli studenti scesero in piazza per ricordarne la figura, il PCC, per espressa volontà di Deng, rispose con la linea dura, accusando esplicitamente i dimostranti di essere le marionette delle potenze straniere che complottavano contro la Cina. Le accuse di Deng non fermarono gli studenti: il 27 aprile 50mila studenti sciamarono nelle strade di Pechino, il 4 maggio erano diventati 100mila e il 13 maggio si dotarono di un manifesto ufficiale, la “Dichiarazione degli studenti“, con la quale annunciavano anche l’inizio dello sciopero della fame. Da una semplice commemorazione per un politico rispettato era nato un autentico movimento studentesco libertario, per certi versi simile (anche se non del tutto, come lasciò intendere parte della stampa occidentale) a quelli che quasi in contemporanea stavano minando le fondamenta degli stati filosovietici nell’Europa Orientale. In effetti, se alcune correnti propugnavano istanze tipicamente occidentali – prima fra tutte la libertà di stampa e la liberalizzazione dell’economia – altre si rifacevano agli ideali comunisti “originari”.

Benché anche il PCC si presentasse meno monolitico del solito, esso aveva pur sempre un uomo forte al comando. Il 19 maggio Deng Xiaoping prese una decisione storica e promulgò la legge marziale, che fino a quel momento non era mai stata proclamata sul territorio nazionale (ma solo in Tibet). Zhao Zyang, l’unico alto papavero del Partito che si era schierato dalla parte dei manifestanti, provò a convincerli ad abbandonare le strade e lo sciopero della fame, ma il tentativo fallì (e Zhao pagò a caro prezzo la mediazione: pochi giorni dopo fu arrestato e messo ai domiciliari per il resto della sua vita). E così, il giorno seguente, circa 200mila soldati cinesi occuparono la capitale.

Seguirono 12 giorni di stallo, perché gli studenti e la popolazione civile, che nel frattempo si era schierata dalla parte della protesta, non arretrarono di un passo e i militari non forzarono la mano. Ma la tregua durò poco: il 3 giugno Deng Xiaoping ordinò di usare la forza ed ebbe inizio il bagno di sangue che durò per due giorni, fino allo sgombero completo di Piazza Tienanmen e delle vicinanze, a cui fece seguito l’inevitabile purga di chi era sopravvissuto. Non si conosce l’esatto numero delle vittime di quei giorni: il governo parlò di circa 200 morti, per la CIA furono tra i 400 e gli 800, 2500 per la Croce Rossa, mentre altre fonti riportano fino a oltre 10mila morti. Ancora oggi, in Cina l’argomento è tabù.

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