Come ogni anno Italia Oggi e l’Università La Sapienza di Roma hanno realizzato l’ormai prestigiosa classifica della qualità della vita nel nostro Paese suddivisa per province.

Al primo posto, con un sorpasso clamoroso sull’eterna prima Trento, c’è Mantova, mentre in ultima posizione troviamo Crotone: un’altalena che lascia intuire l’allargarsi del divario tra Nord e Sud.

La valutazione complessiva della qualità della vita nelle province italiane è stata effettuata tenendo conto di nove differenti parametri: affari e lavoro, tenore di vita, tempo libero, sistema salute, servizi finanziari e scolastici, popolazione, ambiente, criminalità e disagio sociale e personale.

Mantova è riuscita a fare un balzo poderoso dalla quarta alla prima posizione, seguita da Trento e sopratutto da Belluno, in precedenza ottava; quarta Pordenone, quinta Siena (una volta undicesima), sesta Parma, settima Udine, ottava Bolzano (una volta seconda), nona Vicenza e infine decima Lecco. Questa la top 10 delle province italiane in cui si vive meglio.

Quasi tutta meridionale – e siciliana – invece la top 10 negativa: Crotone è maglia nera, seguita da Siracusa e Napoli; seguono Agrigento, Trapani, Caltanissetta, Palermo, Imperia (unica eccezione), Reggio Calabria e Medio Campidano.

Ma a sorprendere è sopratutto il crollo verticale delle due capitali d’Italia, quella effettiva e quella “morale”: Roma infatti scende ancora rispetto al sessantanovesimo posto dell’anno scorso e si piazza al numero 88, e anche Milano segue il trend negativo finendo alla posizione 56 (mentre nel 2015 era stata quarantanovesima).

In generale le grandi aree urbane sembrano patire la competizione delle piccole province con popolazione inferiore al milione di abitanti, scendendo quasi tutte, con l’eccezione di Torino. I colpi della crisi, a livello invece di macro-aree, sembrano invece essere stati assorbiti meglio da Nordest e Centro.

I punteggi relativi ai parametri della qualità della vita sopraccitati, poi, rilevano livelli di insufficienza per 54 province su 110, ovvero – tradotto in termini demografici – ponendo il 53,9% della popolazione in territori in cui le condizioni sono ritenute scarse e non soddisfacenti.