C’era una volta l’assalto al portavalori. C’era una volta la rapina di autofinanziamento. E c’è ancora. E’ storia di queste ore. La sparatoria che si è consumata questa mattina, poco prima delle 13.00, in via Carlo Alberto a Roma, sembra uscita da un poliziottesco di Umberto Lenzi: la banda di rapinatori a volto coperto, in questo caso travestiti da postini, appostati davanti al portone della banca, la Popolare di Sondrio, pronti ad assaltare, armi in pugno, il portavalori, un blindato della Fidelitas.

Appena le guardie giurate mettono piede a terra, parte una gragnuola di proiettili. Uno dei due portavalori viene colpito al braccio e reagisce. Ne nasce uno scontro a fuoco che devasta le vetrine dei negozi circostanti e rischia di colpire qualche passante. Sul selciato rimangono una guardia e un rapinatore. Il primo, colpito a gambe e braccia, viene trasportato, in codice rosso, all’ospedale San Giovanni, pare se la caverà. Il secondo muore sul colpo. I due complici si danno alla fuga ma vengono catturati, poco dopo, dai carabinieri.

Erano anni che non accadeva un episodio del genere nel cuore di una città, in pieno giorno. Forse, proprio dagli anni ’70, quando le rapine di autofinanziamento dei vari gruppi terroristi, le gambizzazioni, gli omicidi politici e le incursioni della Banda della Magliana erano all’ordine del giorno. Gli ambienti della mala raccontano che, allora, assaltare un furgone portavalori o una banca era fattibile ma il piano doveva essere ben studiato. Oggi, nei caveau del centro ci sono pochi spicci, sono più ricche le filiali di periferia. I soldi li tengono in magazzini segreti e quando c’è un colpo è perché “uno dei mondialini ha fatto la soffiata”.

Vero o no, la sparatoria di oggi, per i romani, è stato un bel tuffo in un passato buio e angoscioso. Anche per i trascorsi di uno dei suoi protagonisti: il rapinatore morto si chiamava Giorgio Frau, 56 anni, ed era un ex brigatista. Uno di quelli che negli anni di piombo non esitava a impugnare la P38, ritenendolo un suo legittimo diritto. La leggenda vuole che abbia militato un po’ in tutti i gruppi, dalle Brigate Rosse all’Unione comunisti combattenti a Prima Linea. Chi si ricorda di lui, sostiene che fosse stato solo un membro degli Ucc. La sua specialità, pare, fossero, proprio, le rapine di autofinanziamento.

Arrestato nel 1984 con la dirigenza dell’Ucc, condannato a 21 anni, esce dal carcere nel 1998, usufruendo dei benefici di legge ma non abbandona il vizio delle rapine e delle armi. Nel 1999 torna nel mirino delle forze dell’ordine, dopo l’omicidio D’Antona, per mano delle Nuove Brigate Rosse. Potrebbe essere un buon supporto logistico. Nulla di fatto ma rimane sotto osservazione.

Alle soglie del nuovo millennio, nei panni di un onesto gestore di un pub romano, Frau nasconde, in una cantina al Tuscolano, un arsenale da fare invidia ad Al Capone: 7 pistole, 1 mitra Ak 47 modificato, ricetrasmittenti, palette della polizia, grimaldelli e giubbotti gialli e blu delle Poste. Nel 2003 viene arrestato in un parcheggio a Perugia, a bordo di un auto rubata, insieme ad altri 2 compari, armati fino ai denti, mentre è in procinto di fare una rapina in un ufficio postale del capoluogo umbro.

Nel 2004 il Tribunale di Roma lo condanna a 4 anni e 8 mesi per detenzione abusiva di armi e quello fiorentino, nel 2005, a 4 anni e 7 mesi per una tentata rapina in un ufficio postale di Firenze. Si vede che, nel tempo, la sua abilità di rapinatore si è arrugginita e questa mattina il suo corpo senza vita è rimasto sull’asfalto, con la pettorina delle poste gialla e blu, a due passi dalla basilica di Santa Maria Maggiore, come un combattente degli anni di piombo, il cui mito, intriso di sangue e orrore, aveva contribuito a creare.