La data del referendum anti-trivelle è fissata al 17 aprile 2016. Una data confermata dalla firma del Presidente della Repubblica Mattarella, che ha messo la parola fine alle richieste di cittadini e associazioni ambientaliste di vedere realizzato l’Election Day, l’accorpamento della votazione referendaria con le elezioni amministrative.

A poco più di un mese dal referendum anti-trivelle si susseguono serrati gli impegni delle associazioni ambientaliste e dei movimenti referendari a supporto del Sì. Da qui al 17 aprile 2016 l’obiettivo principale dei soggetti coinvolti sarà primo fra tutti l’informazione. Spiegare il quesito oggetto di voto rappresenterà il primo indispensabile passo per far sì che i cittadini italiani siano consapevoli dell’importanza di tale consultazione.

Tra le prime spettacolari azioni messe in atto dalle associazioni ambientaliste troviamo la manifestazione pacifica davanti all’Altare della Patria, con una trentina di mini-trivelle disposte su piazza Venezia, da parte di Greenpeace e il “flash mob” di Legambiente realizzato a Marina di Carrara in occasione di Balnearia.

Data di voto e quorum

La partecipazione al voto del 17 aprile 2016 è una questione di massima importanza per i promotori del referendum e per i sostenitori del Sì. Tale rilevanza deriva dal fatto che, secondo quanto previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana, per risultare valida la votazione il numero minimo di votanti dovrà corrispondere al 50% degli aventi diritto. Soltanto in caso di raggiungimento del quorum l’eventuale vittoria dei Sì avrà valore legale.

Altro tema che ha animato il dibattito politico intorno al referendum anti-trivelle è stato la scelta della data prevista per il voto. L’Election Day è stato bocciato dal Governo Renzi in applicazione a una legge della Repubblica, “decreto 98/2011”, che esclude qualsiasi possibilità di accorpamento tra quesiti referendari e altra tipologia di elezioni.

Cosa si vota e cosa cambierebbe con la vittoria dei Sì

Questo il testo del quesito referendario che i cittadini italiani saranno chiamati a votare il 17 aprile 2016:

Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?

Qualora venisse raggiunto il quorum e risultasse la vittoria dei Sì è prevista l’abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice ambientale, che attualmente estende la durata delle trivellazioni “fino a che il giacimento lo consenta”.

Ciò si tradurrebbe nel divieto assoluto per le compagnie estrattive, relativo a tutti i giacimenti in mare entro le 12 miglia dalla costa, di procedere con le operazioni di trivellazione oltre la durata della concessione. L’eventuale vittoria del Sì non modificherebbe le condizioni vigenti per gli impianti sulla terraferma e per quelli oltre le 12 miglia.

Perché un solo referendum dei sei iniziali?

Dei sei referendum ammessi nei mesi scorsi, presentati da 10 Regioni italiane (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna,Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise; l’Abruzzo ha ritirato poche settimane fa il suo sostegno ai quesiti), soltanto uno sarà ora sottoposto al voto degli italiani. A portare al ritiro degli altri cinque le modifiche introdotte dal Governo Renzi all’interno della Legge di Stabilità, che avrebbero “recepito”, secondo quanto deliberato l’8 gennaio 2016 dalla Corte di Cassazione, i temi contenuti nei quesiti referendari respinti.

Due dei quesiti ritenuti non più ammissibili sono stati però oggetto di ricorso da parte dei Consigli regionali di Basilicata, Campania, Liguria, Puglia, Sardegna e Veneto, che hanno presentato presso la Corte Costituzionale un “conflitto di attribuzione”. L’intervento del Governo avrebbe legiferato su materie di competenza regionale, sostengono gli enti locali, in base a quanto previsto dall’Art.117 della Costituzione Italiana (modificato con la riforma costituzionale del 2001).

Il primo quesito entra nel merito del cosiddetto “Piano delle aree”, chiedendo che venga ripristinato il coinvolgimento delle Regioni nella pianificazione delle trivellazioni. Il secondo referendum riguarda la “Durata dei titoli per la ricerca e lo sfruttamento” che riguardano i giacimenti di idrocarburi sulla terraferma, sia liquidi che gassosi.

Se il prossimo 9 marzo la Corte Costituzionale dovesse dar ragione ai ricorrenti, riconoscendo così il “conflitto di attribuzione” , lo stesso organo sarebbe chiamato ad esprimersi nel merito. Se il parere finale fosse positivo i due referendum esclusi dovrebbero essere giudicati di nuovo ammissibili e sottoposti al voto degli italiani.