Vale, non vale? Che il 96,6% dei votanti della Crimea (circa 1,5 milioni di persone su poco meno di 2 milioni di abitanti, l’81% degli elettori) abbia detto sì all’annessione alla Russia nel referendum del 16 marzo, poco importa. Come sempre nei rapporti internazionali, prevarrà la volontà del più forte. Chi sia effettivamente il più forte, non è del tutto chiaro.

Per il momento Vladimir Putin si è affrettato a telefonare a Barack Obama, spiegandogli che il referendum (foto by InfoPhoto) è pienamente conforme al diritto internazionale. Il presidente della Russia ha parlato anche con Angela Merkel, con la quale è avviato un abbozzo di dialogo diplomatico. Perlomeno sappiamo chi è il più debole: l’Unione europea, visto che Putin ha scelto come interlocutore il cancelliere della Germania e non il presidente della Commissione di Bruxelles.

Per il momento è stata concordata una tregua tra le forze russe presenti in Crimea, circa 22mila soldati, e quelle dell’Ucraina. Non dovrebbero esserci reciproche azioni di disturbo fino al 21 marzo, giorno in cui la Duma, il parlamento russo, esaminerà la legge per l’annessione di territori stranieri.

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dimenticandosi della situazione analoga in Kosovo nel 2008, quando Washington difese l’indipendenza di questo Stato dalla Serbia (ma il presidente di allora, George W. Bush, era dell’altro partito), ha ripetuto la sua linea: questo referendum non verrà mai riconosciuto.

E ora il mondo attende di sapere quali saranno le sanzioni di cui Obama parla da giorni. Quelle vere, non le chiacchiere sul G8 o G7.