Una consultazione fondamentale che, da quanto si apprende, verrà risolta dagli indecisi: il referendum sull’indipendenza della Scozia è aperto. Oggi, 18 settembre 2014, 4.3 milioni di elettori distribuiti sul 32% del territorio britannico, decideranno se staccarsi dal Regno Unito.

Gli ultimi sondaggi indicano una situazione di virtuale equilibrio: il 53% di “no” (cioè di chi vuole restare insieme al Regno Unito) contro il 47% di “sì”. Dati i margini di errore di queste rilevazioni, è praticamente un testa a testa. Nelle ultime ore si sono moltiplicati gli appelli in un senso o nell’altro. Al di là delle conseguenze dirette per i britannici, nel resto dell’Europa si teme una reazione a catena che porterebbe alla disgregazione degli stati nazionali che, nel bene o nel male, hanno trasportato il continente dall’arretratezza medievale allo sviluppo industriale.

Il 9 novembre infatti, la Catalogna deciderà se staccarsi dalla Spagna. A ruota potrebbero seguire i paesi baschi, le Fiandre in Belgio, la Corsica in Francia. Senza dimenticare i movimenti separatisti anche in casa nostra, in Veneto.

Per quanto riguarda le conseguenze interne, si teme un tracollo dell’economia britannica. In caso di secessione della Scozia, molte imprese, soprattutto quelle più importanti, si trasferirebbero a Londra, poiché difficilmente gli inglesi concederanno l’uso della sterlina agli scozzesi indipendenti. Si calcola una contrazione dell’economia del 10% e un calo analogo degli stipendi. Ma il petrolio del Mare del nord e le relative esportazioni che incidono pesantemente sull’economia britannica finirebbero nelle mani di Edinburgo. Le trattative sarebbero lunghe e delicate.

Foto: Saskia van de Nieuwenhof – Wikipedia – CC 2.0