Dopo le dimissioni presentate ancora prima di avere i dati definitivi relativi alla vittoria del No al referendum costituzionale, l’avventura di Matteo Renzi al governo sembra essere conclusa senza possibilità di appello.

Una decisione che andrebbe contro quanto annunciato alla vigilia dal premier, che aveva promesso un periodo di transizione richiestogli anche dal Presidente della Repubblica, sopratutto in merito all’approvazione di una nuova – e ora sempre più pressante e indispensabile – legge elettorale.

È infatti proprio Sergio Mattarella oggi a fare da arbitro per quello che sarà il futuro dell’Italia. A breve ci dovrebbe essere infatti l’incontro tra i due, e tra le ipotesi ventilate c’era anche quella di un vaglio dell’idea di un bis.

Renzi però, forse anche per calcolo politico, parrebbe fermamente intenzionato a confermare il proprio addio, pur avendo comunque garantito al Presidente della Repubblica l’approvazione della legge di Stabilità.

Mattarella allora dovrà valutare se accettare la proposta di larga parte del centrodestra e del Movimento 5 Stelle riguardante elezioni anticipate, possibilmente dopo l’approvazione di un sostituto dell’Italicum.

Resta la prevalenza numerica del Pd, al momento “congelato” da Renzi che in sede di conferenza stampa ha già affermato di voler “scaricare” sulle opposizioni l’onere delle modifiche da apportare alla legge elettorale: un guanto lanciato in gesto di sfida per saggiare le capacità di coordinazione di una parte politica tutt’altro che unita.

In seno al Pd intanto si apre una feroce lotta intestina, visto che la posizione di potere di Renzi è messa in discussione dalla minoranza Dem che ha sostenuto il fronte avverso alla riforma.

Per avere conseguenze e risultati concreti bisognerà però attendere i primi mesi del 2017, quando la Consulta dovrà pronunciarsi sull’Italicum; difficile però che Mattarella decida di sciogliere le Camere senza una legge a garantire nuove elezioni, a questo punto previste per la primavera dell’anno prossimo.

Resta l’incognita sull’identità del governo cui toccherà traghettare il Paese fino a quella data: si erano già fatti i nomi di figure che rappresentino il minimo comune denominatore dell’approvazione politica, come per esempio il ministro Pier Carlo Padoan, oppure Pietro Grasso, Presidente di quel Senato la cui struttura è stata salvata dal No al referendum.