Dopo il fallimento del cosiddetto referendum trivelle e della mozione di sfiducia contro il governo Renzi le opposizioni si giocano la carta del referendum riforme: il quorum pari a un quinto dei membri delle assemblee a Montecitorio è stato raggiunto, essendo stata la richiesta firmata da 166 deputati appartenenti agli schieramenti più vari (Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia e Sinistra Italiana).

Come si ricorderà la riforma costituzionale è stata approvata dalla Camera con 361 voti favorevoli, ma toccherà ai cittadini l’ultima parola sulla fine del bicameralismo perfetto, in una consultazione che si prevede possa svolgersi a ottobre. Critica principale da parte del movimento del “no”, capeggiato in primis dai 5 Stelle, c’è la possibilità che “con questa riforma, combinata con la riforma elettorale, si sta consegnando tutto il potere in capo a una persona“, come è stato esplicato in maniera efficace in una nota pubblica.

La richiesta del referendum, ha affermato il capogruppo del Pd Ettore Rosato, sarà poi avanzata a parte anche dalla maggioranza, sgombrando il campo da dubbi riguardo a una possibile contrarierà del partito a una consultazione popolare sul ddl Boschi: “Abbiamo preferito che le opposizioni presentassero la richiesta e poi faremo la nostra: per noi decidono i cittadini, il referendum è indispensabile”.

Trattandosi di un referendum confermativo non bisognerà raggiungere un quorum come avvenuto per quello sulle trivellazioni: il conteggio dei voti e il loro spoglio avrà valore effettivo qualunque sia il numero raggiunto.

Matteo Renzi si è detto sicuro della riuscita dell’operazione, affermando anche che il referendum riforme “non sarà un giudizio di Dio sul governo” e ha poi confidato di sentirsi sicuro di riuscire a convincere gli italiani: “La domanda di ottobre chiede una cosa: volete cambiare la Costituzione rendendo il sistema più semplice? Gli italiani dovranno dire sì o no. Se noi saremo bravi a spiegare le nostre ragioni, avremo il consenso“. Anche perché il premier ha promesso che in caso di vittoria del no potrebbe rassegnare le dimissioni.