Dopo la dichiarazione di ammissibilità della Consulta ecco arrivata anche la data nella quale si terrà il referendum su voucher e appalti promosso da Cgil.

La consultazione sull’abolizione dei voucher e la responsabilità solidale negli appalti è stata fissata questa mattina dal Consiglio dei Ministri a domenica 28 maggio. Un giorno che potrebbe anche coincidere con le elezioni amministrative che si terranno in oltre mille Comuni italiani, che il ministero degli Interni deve ancora calendarizzare. La richiesta di accorpamento per ragioni di risparmio è in effetti arrivata da Arturo Scotto, deputato Mdp.

Mentre il referendum ne chiede l’abolizione totale, il Parlamento sembra essere arrivato a un accordo di massima sulle limitazioni del dispositivo dei voucher: l’utilizzo dovrebbe essere riservato solo alle famiglie, alle imprese prive di dipendenti agli studi professionali, il tutto seguendo un tetto massimo annuale. Difficile però pensare che il decreto legge relativo possa arrivare prima del 28 maggio.

I buoni lavoro sono stati istituiti dalla legge Biagi nel 2003 con lo scopo di fornire una retribuzione regolare ai lavoretti occasionali fino a un massimo di 5mila euro l’anno, ma poi sono stati oggetto di un ampliamento che ha snaturato la caratteristica di occasionalità e ha portato il tetto massimo a 7mila euro. Si rileva che nel 2015 sono stati circa 1,4 milioni i lavoratori che sono stati pagati in questo modo.

Susanna Camusso, tra i proponenti del referendum, ha fortemente criticato quello che ha descritto come un tentativo di depotenziare la consultazione con una proposta di legge ben poco risolutiva: “Chiediamo la cancellazione di una forma di precarietà. Le aziende che utilizzano i voucher lo fanno in maniera legale. Se fossimo davanti ad un abuso non avremmo chiesto l’abrogazione, ma il contrasto e la penalizzazione dei comportamenti illeciti. Ci troviamo di fronte, invece, all’ennesima legge che permette la degradazione del lavoro, che sostituisce lavoro ordinario e contrattato con i voucher, l’ultimo gradino della precarietà”.

Il secondo quesito concerne invece la normativa secondo la quale i lavoratori che fanno causa ai propri datori di lavoro a causa di stipendi o contributi mancanti debbano portare in giudizio sia l’appaltatore sia il committente. Quest’ultimo è costretto a pagare solo nel caso in cui il dipendente abbia prima riscosso il credito dal datore di lavoro e dai subappaltatori.