Referendum del 17 aprile. Dire sì o no alle trivelle, senza i necessari contesti economici non è possibile. Diciamolo subito si tratta di un referendum i cui aspetti pratici sono piccoli – visto che l’unico quesito residuo riguarda la durata delle concessioni già in essere delle piattaforme petrolifere e gasiere entro le 12 miglia marine – ma dalla grande rilevanza politica visto che i cittadini sono chiamati, per la quarta volta nella storia delle Repubblica a esprimersi in materia d’energia, risorse e ambiente attraverso il referendum. E in tre casi su quattro – due volte sul nucleare e una volta sull’acqua – l’esito è stato contrario alle politiche di Governo – con l’eccezione del referendum su caccia e pesticidi del 1990 la cui partecipazione si fermò al 43% non raggiungendo il quorum. Ora è, però, necessario fare chiarezza sul contesto economico/industriale nel quale si inserisce il referendum, sul quale la posizione del Governo è a dir poco schizofrenica. L’esecutivo guidato da Matteo Renzi, infatti, ha prima prodotto una normativa per “liberalizzare” lo sfruttamento indiscriminato delle, poche, risorse fossili, prodotte in Italia. Le piattaforme interessate dal referendum,  infatti, producono il 27% del metano e il 9% del petrolio, estratto in Italia che corrisponde a meno dell’1% del petrolio e del 3% del metano consumati ogni anno nel Bel Paese.

Percentuali che lasciano ben intuire l’enorme “strategicità” delle questione in se, per quanto riguarda l’economia. Del resto cosa aspettarsi da una politica che fino al Governo Monti non ha gestito l’energia in Italia, sotto al profilo strategico, visto che dal 1991 al 2013 – anno della pubblicazione della Strategia energetica nazionale (Sen) – tutto fu demandato all’iniziativa privata con il bel risultato di trovarci oggi in una overcapacity del 100% in più di potenza installata e 21 GWe di impianti a ciclo combinato alimentati a gas metano, utilizzati al 20% del proprio break even di redditività minima, visto l’alto costo, di mercato per cui anche del gas estratto in Italia, del commestibile.

Già perché un’altra delle favole raccontate dai sostenitori del NO al referendum, o dell’astensione come il Partito Democratico, è quella che bloccando le trivelle ci priveremmo di risorse a buon mercato. Gas e petrolio estratti in Italia costano all’utente finale esattamente quanto le risorse fossili importate, unico “vantaggio” per l’erario sono le royalties che oltretutto sono le più basse del mondo, il 7% per le trivelle a mare e il 10% per i pozzi a terra, per un totale di circa 300 milioni di euro l’anno. Una cifra identica a quella del costo del referendum che il governo ha voluto non accorpare alle elezioni amministrative, cosa che avrebbe fatto risparmiare questa cifra, nel tentativo di non far raggiungere il quorum. E che la Sen realizzata da Corrado Passera, all’epoca ministro dello Sviluppo economico del governo Monti, facesse acqua è sotto agli occhi di tutti. Il documento, infatti, giudicò come prioritaria la produzione “sostenibile” delle risorse fossili italiche, auspicando che le rinnovabili raggiungessero circa il 35% della produzione elettrica al 2020. Bene, nel 2014 le rinnovabili hanno coperto, dati Terna, il 37,5% del consumo lordo d’elettricità della Penisola.

Per questa ragione appare chiaro che il Governo retto dal Partito Democratico oggi:

1) ritiene valida una strategia energetica approssimativa varata da un esecutivo “tecnico” composto in parte da forze che oggi sono all’opposizione;

2) non legge i dati di Terna sul mix energetico attuale;

3) non tiene minimamente conto delle analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) che danno alle rinnovabili un ruolo primario nel futuro immediato dei mix energetici mondiale e anche di quello europeo;

4) non osserva i dati sul prezzo dei combustibili fossili che è calato da 140 a 38,7 dollari a barile e che è il vero driver della crisi delle fonti fossili, nonché dell’abbandono di molti progetti d’estrazione in tutto il mondo e non solo sulle nostre coste;

5) non considera i dati sui cali dei consumi dovuti alla maggiore efficienza energetica che in questi anni hanno visto, e sono dati dell’Unione Petrolifera, tra il 2005 e il 2014, un calo dei consumi di gas del 27% e di petrolio del 33%. Causa della diminuzione del Pil? No, visto che nello stesso periodo cumulato il Pil nazionale è diminuito del 2,8%. Tutto il resto è efficienza energetica.

Per questa serie di ragioni il Paese è in grado di “sopportare” ampiamente la “perdita” di questa immensa ricchezza che alcuni nel Governo dipingono pari a quella dell’Arabia saudita.

Più complesso il discorso relativo all’occupazione che sconta l’ormai annoso problema dell’esistenza di dati affidabili circa lo stato sociale dell’Italia. Le cifre diffuse in questo periodo da varie fonti oscillano tra i 6.000 e i 40mila addetti nel settore Oil&Gas nel suo complesso, ma identificare gli addetti che perderanno il lavoro, non il 18 aprile giorno dopo il referendum sia chiaro, ma alla scadenza delle concessioni o all’esaurimento dei pozzi – già perché si tratta comunque di un lavoro a tempo determinato – è quasi impossibile. Di sicuro il settore Oil&Gas è decisamente a bassa intensità di lavoro, circa un decimo rispetto a quella del turismo, ed è in crisi profonda visti i cali dei consumi. E nel frattempo nessuno nell’esecutivo esserci stracciato le vesti a causa del crollo dell’occupazione del settore eolico dove si sono persi 7.000 posti di lavoro nel solo biennio tra il 2012 e il 2014 a causa dei ritardi nelle pratiche d’autorizzazione e nelle aste per gli incentivi dei nuovi impianti eolici.

Insomma nell’apertura del Governo alle fonti fossili in salsa italica e nell’invito al boicottaggio del referendum sembra, come al solito, che l’esecutivo abbia ragionato più con il senso comune che con una bozza di politica industriale. Solo così si può spiegare la dichiarazione del presidente del Consiglio Matteo Renzi, circa i referendum, scritta su Facebook in occasione dell’inaugurazione di un impianto energetico ibrido a fonti rinnovabili, negli Stati Uniti, in Nevada:

«dobbiamo avere la consapevolezza che un mondo che va avanti solo a rinnovabili per il momento è solo un sogno. Dobbiamo ridurre la dipendenza dai fossili e le emissioni, come abbiamo fatto negli ultimi 25 anni (in Italia -23% di emissioni CO2). Ma il petrolio e gas naturale serviranno ancora a lungo: non sprecare ciò che abbiamo è il primo comandamento per tutti noi».

Qualcuno consigli a Matteo Renzi la lettura non dei report degli ambientalisti, ma dei dati di Terna e dell’Unione Petrolifera. Grazie.