Il problema non è il #ciaone di Ernesto Carbone, lo zelante deputato renziano che ieri, con larghissimo anticipo sulla chiusura delle urne per il referendum sulle trivelle – e qui si ripresenta il dramma delle garanzie istituzionali, ne parleremo in un altro momento – ha sfottuto quei 15 milioni di persone che sono andati a votare.

Anzi no, nessuna mancanza di rispetto, scusate. Travolto da una serie di prevedibili reazioni ha precisato, pur continuando a perculare i cosiddetti “indignati speciali”, che “#ciaone era per chi ha promosso un referendum inutile, non per chi è andato a votare”. Poi, con una raffica di tweet poco dopo le 22 (ancora e di nuovo a urne aperte, dettaglio non secondario) ha tentato un’autodifesa più sgangherata dello scivolone di qualche ora prima. Parlando di masanielli, tribuni, polemiche pretestuose e di chi avrebbe buttato i soldi degli italiani. A noi risulta che non vi fosse alcun impedimento da parte della presidenza del Consiglio e del ministero dell’Interno a spostare il quesito in corrispondenza delle elezioni amministrative che si terranno fra poco più di un mese.

Dicevo, il problema non è il contenuto di quel tweet, deprimente e bullesco, come alcuni altri che si sono letti nelle stesse ore e provenienti più o meno da una medesima area politica di riferimento. Tweet che hanno colpito, a ben vedere, un italiano su tre. Non poco, davvero non poco come effetto indesiderato.

Il problema è la miseria intellettuale a cui questi atteggiamenti ci conducono e guidano il dibattito pubblico. Qualcuno ha addirittura spiegato che via, non c’è da scandalizzarsi, sempre meglio i farseschi ciaoni di Carbone che le pochezze di Salvini & compagnia. Confermandoci dunque, senza scampo, che la corsa è al ribasso e che quando si presenta l’occasione per “fare gli statisti”, o almeno provarci, questa classe dirigente buca clamorosamente l’appuntamento con la Storia, preferendo far parte della storiella dei social network. D’altronde lo stile o ce l’hai o non ce l’hai. Mica lo compri coi cuoricini di Twitter.

Insomma, quel che non si riesce a comprendere è come mai costoro non riescano a trattenersi, a contenersi, a riflettere su ciò che pubblicano per ottenere – pure se non ci credono, chissenefrega, bisogna imparare a vivere – un effetto di maggiore sobrietà e di rispetto per tutti. Senza dover successivamente tornare a specificare che lo sfottò era per quello e non per questo, che gli elettori li rispettiamo ma ce l’abbiamo con quel presidente e quei consiglieri, avvalorando essi stessi la tesi della piccola faida politica.

Altro quesito, davvero senza polemica: sono questi i risultati degli eccellenti staff di collaboratori, pieni di social media strategist impegnati a tracciare strategie e monitorare il web a ogni ora del giorno e della notte? Proprio non riescono a partorire un cinguettio più elegante, a suggerire un silenzio di contegno, a proporre una presenza di spessore? Deve sempre finire tutto a pernacchie, specie quando si pensa di aver vinto?

Proprio ieri sera, mentre sui social network si consumava questa altissima tenzone intellettuale che come ha scritto un’utente su Twitter ci porta da Bella ciao a ciaone in un traumatico triplo carpiato, l’ex premier Enrico Letta veniva intervistato da Fabio Fazio su Rai3. Nessuno, figuriamoci, rimpiange quel faticoso anno di governo dell’attuale rettore di Affari internazionali a Sciences Po di Parigi. Tuttavia quel suo stile sobrio, quel suo eloquio chiaro e lineare, pulito e coerente, quella presenza discreta ma precisa nel metodo e nel contenuto lo facevano apparire un gigante. Specie se nello stesso tempo si buttava un occhio alle proprie bacheche.