Dopo la debacle rappresentata dalla vittoria di Donald Trump e dal trionfo della Brexit la fiducia riposta nei sondaggi è ai minimi storici, ma le statistiche di questo tipo rimangono ancora uno strumento indispensabile per il dibattito politico, sopratutto quello italiano impegnato a soppesare pro e contro prima del referendum costituzionale.

La giornata di oggi, come prevede la direttiva dell’Agcom, rappresenta però l’ultimo giorno utile per la diffusione di dati sulle intenzioni di voto per il 4 dicembre: come recita il testo, infatti, nonostante i sondaggi continueranno a essere effettuati, ne viene vietata la “pubblicazione o diffusione dei risultati degli stessi nei quindici giorni precedenti le consultazioni”.

Al momento il fronte del No appare ancora in vantaggio, per quanto la percentuale degli indecisi lasci ampio margine ai ribaltamenti inaspettati. I dati di YouTrend risalenti al 16 novembre parlano di un vantaggio del No di sei punti.

I più recenti sondaggi, come quello del Cise per Il Sole 24 Ore di oggi, parla invece di un No in vantaggio di 5 punti, con un’importante percentuale di indecisi o convinti per l’astensione pari al 37%.

Le rilevazioni Ipsos commissionate dal Corriere della Sera indicano una prevalenza del No sul Sì piuttosto netta, pari al 55% contro il 45%, con una percentuale di indecisi del 13%. Secondo Demos, consultato da Repubblica, il No è arrivato al 41%, con una discesa del Sì al 34%: in prospettiva l’avanzata del Sì dipinta a maggio è uscita molto ridimensionata dalle evoluzioni politiche degli ultimi tempi.

In generale sembra che la percentuale di italiani avanti diritto che si recherà al voto supererà di poco il 50%; la conoscenza corretta della riforma è invece stimata all’incirca al 33%, ovvero riguarda un cittadino su tre, mentre i restanti due terzi voteranno in base a valori arbitrari, il maggiore dei quali – affermano sempre i sondaggi – consisterà nella valutazione dell’operato politico di Matteo Renzi e del suo governo.