Per refuso, dal latino refūsu(m), si intende propriamente un errore di stampa causato da uno scambio dei movimenti delle dita durante la battitura. Tale errore si manifesta tipicamente nell’omissione (es. “cane” anziché “carne”) o nell’aggiunta (es. “compresse” anziché “comprese”) di un carattere, o ancora nello scambio della posizione di due caratteri vicini (es. “firma” anziché “forma”).

Dall’originale significato di “errore tipografico”, per estensione si definisce quindi refuso un errore commesso nello scrivere o nel parlare, causato da eccessiva fretta o distrazione.

Presi dall’impeto della scrittura e concentrati più sul contenuto che sulla forma, è molto facile generare refusi, che, di fatto, spesso si trovano in grandi quantità nella prima stesura di un testo. Compito di individuarli e correggerli spetta quindi ai cosiddetti correttori di bozze, il cui lavoro risulta fondamentale, ad esempio, durante il processo di stesura e  pubblicazione di un romanzo. Se si sta producendo uno scritto e non si ha la possibilità di avvalersi di un correttore di bozze, il consiglio è dunque quello di rileggere l’elaborato dopo diverse ore dalla sua stesura, così che la mente sia fresca e più avvezza ad individuare eventuali errori di battitura. Va tuttavia sottolineato che c’è differenza tra un plateale errore grammaticale e un refuso, che, al contrario del primo, risulta tollerabile anche da parte di autori di un certo calibro.

Esempi di corretto utilizzo della parola refuso sono costituiti dalle frasi: “ti segnalo un refuso nella seconda riga del quinto paragrafo”; “c’ è un refuso”; “mi è stato segnalato un refuso nell’allegato A”; “il documento è stato annullato per via di un refuso”; “su internet i refusi sono all’ordine del giorno”; “un copywriter vive nell’eterna paura del refuso”; “sono praticamente ossessionato dai refusi” ecc.

Classici esempi di refuso sono invece: “vaso” al posto di “caso”;  “imbrigliava” anziché “imbrogliava; “sparì” invece di “sparò”; “palo” piuttosto di “pelo” e via dicendo.