Mentre i media occidentali continuano a sostenere la tesi del coinvolgimento dei servizi segreti egiziani nella tragica morte di Giulio Regeni ecco arrivare la secca smentita delle autorità del Cairo.

Ricordando che la polizia locale sta indagando senza sosta sul caso, il Ministro degli Interni egiziano Magdi Abdel Ghaffar ha rilasciato un comunicato stampa per zittire ogni voce, in cui si afferma che il giovane ricercatore friulano non è mai stato arrestato.

Il politico ha poi confermato la piena collaborazione con le indagini parallele condotte dagli investigatori italiani arrivati nella capitale, assicurando che verranno forniti aggiornamenti puntuali nel caso vengano alla luce nuove informazioni.

Eppure il lavoro degli investigatori arrivati da Roma sembra essere ostacolato dalla situazione egiziana, forse anche a causa di una divergenza nei metodi utilizzati. Fatto sta che gli agenti italiani non hanno ancora potuto esaminare le immagini delle videocamere di sicurezza collocate nella zona in cui abitava Regeni, dove si pensa possa essere avvenuto il rapimento (o l’arresto).

A quanto pare i filmati sarebbero stati acquisiti dalle autorità locali sono nelle ultime 48 ore e non sarebbero stati ancora messi a disposizione dei nostri investigatori. A fare clamore sono poi le rivelazioni di un testimone ascoltato dal New York Times, secondo il quale il fermo di Regeni sarebbe stato ripreso proprio da quattro delle telecamere citate, con degli agenti che l’avrebbero prima identificato e poi portato via.

La pista di un omicidio di Stato continua insomma a essere battuta, se non altro dai mezzi di informazione e dalle persone vicine alla vittima, che adducono come possibile prova dell’interessamento dei servizi segreti le ricerche di Regeni sui sindacati e l’opposizione egiziana, che da semplice materia di studio avrebbero aperto a un coinvolgimento diretto.

Rimangono poi le orribili torture inflitte al dottorando, confermate dalla perizia del medico legale, in teoria secretata dalla Procura di Giza: i segni trovati sul cadavere parlano di sette costole rotte e scosse elettriche sui genitali. Un modus operandi che richiama alla mente proprio l’operato infame di varie polizie segrete tra cui quella egiziana, ma d’altro canto al momento non si possono imputare responsabilità su simili indizi che potrebbero essere stati lasciati intenzionalmente per depistare le indagini.