I risultati in sintesi dicono che il Partito Democratico ha vinto in due regioni su due. In Calabria lo spoglio è andato a rilento, ma non ci sono dubbit sul risultato finale: Mario Oliverio, il candidato del centrosinistra, ha più del 60% delle preferenze – ma attenzione il Pd ha solo il 24% dei voti -, i candidati del centro-destra insieme arrivano a raggiungere solo la metà di questo score: Wanda Ferro (candidata di Forza Italia) è al al 23%, Nico D’Ascola intorno al 9%. Il candidato del Movimento 5 Stelel rischia di non entrare nemmeno nel consiglio regionale.

In Emilia Romagna, Stefano Bonaccini – candidato del centrosinistra – vince con il 49% dei voti. Non c’è stato il testa a testa con il candidato della Lega Alan Fabbri – che è stato appoggiato da tutto il centrodestra – che ha comunque superato quota 30%. Il M5S si ferma poco sotto il 15%. Il voto è stato a livello regionale ma manda segnali a tutta la politica. Vince il Partito democratico, crolla Forza Italia – che in Emilia Romagna viene addirittura doppiato dalla Lega di Matteo Salvini (l’unico che può dire veramente di aver vinto dalle elezioni) -, ma ì cittadini mandano soprattutto un messaggio a tutti – e in primis al primo ministro Matteo Renzi -: l’elettore non ha trovato – è un eufemismo – molto convincenti le proposte politiche presentate, visto che non ha votato il 60% degli aventi diritto.

Colpisce soprattutto il dato dell’Emilia Romagna, 37,7% di votanti contro il 68,1% delle precedenti elezioni: 30 punti percentuali in meno. E il Pd ha sì vinto la contesa ma ha perso dalle Europee circa 700.000 voti (1,2 milioni contro i 535.000 voti di ieri). E in una regione sempre in mano della sinistra non è riuscita a vincere con una maggioranza assoluta.

Il dato sull’affluenza in Emilia Romagna è stato drammatico, ma anche in Calabria non si scherza. Siamo al 43,8% dei votanti contro il 59% del 2010 – perb un mcalo del 15%. L’unico dato su cui non si può che concordare con il premier è che “i partiti che appoggiano lo sciopero generale hanno percentuali da prefisso telefonico”. La sinistra non è ancora uscita dagli anni Settanta e paga questo ritardo.

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